Gianni Vattimo: Come opporsi alla dittatura del presente Stampa
Scritto da Alessandro Belli   
Domenica 05 Agosto 2012 00:00

Ciò che accade sempre, non trovatelo normale. Questo motto di Bertolt Brecht è un affare filosoficamente rilevante, come ha dimostrato negli anni Gianni Vattimo che torna a occuparsene nel suo recente libro intitolato “Della ragione”. Ultimo episodio della lunga battaglia che il professore di Torino ha ingaggiato contro il realismo, che lui chiama anche la dittatura del presente. 76 anni, torinese, due volte eletto al Parlamento europeo (prima per i Ds poi per Idv, dopo essere stato radicale e comunista), polemista appassionato, cristiano non dogmatico, animalista, Vattimo è il filosofo italiano contemporaneo più conosciuto all’estero. Merito del suo "pensiero debole", una filosofia che pensa la storia dell'emancipazione umana come una progressiva riduzione della violenza e dei dogmatismi e che favorisce il superamento di quelle ingiustizie sociali che da questi derivano. La dittatura del presente non è ovviamente una questione che riguardi solo i filosofi, sulle cui sorti Vattimo non nasconde anzi un certo pessimismo. Dove c’è democrazia – spiega il professore – non ci può essere una classe di detentori della verità “vera” che o esercitano direttamente il potere (come i re-filosofi di Platone) o forniscono al sovrano le regole per il suo comportamento.

 E infatti chi insegna filosofia nelle scuole e nelle università fa ogni giorno esperienza di questa progressiva dissoluzione della sua materia. Nelle università – dove si istituiscono nuovi corsi di psicologia, antropologia, scienze dell’informazione – le iscrizioni ai corsi di filosofia calano vistosamente. E diminuiscono i fondi messi a disposizione per gli studi filosofici. In definitiva, osserva Vattimo, tutto ciò è giusto anche se spiacevole, ed è comunque un aspetto molto concreto del declino della filosofia. Attenzione, però: qualcuno sta colmando il vuoto lasciato dai filosofi. E’ il potere incontrollato dei tecnici dei vari settori della vita sociale, un potere che Vattimo giudica ancor più pericoloso, perché più subdolo e parcellizzato. Tanto parcellizzato e impersonale da rendere assurdo anche il proposito rivoluzionario di “colpire il cuore dello Stato”, giacché lo Stato non ha più un cuore, sostituito dai molti centri che coltivano le varie specializzazioni. E’ finito il ruolo sovrano del filosofo perché sono finiti i sovrani, ma non è finito il compito del pensiero che oggi – secondo il professore torinese – è chiamato a indagare ciò che resta nascosto nella quotidiana rappresentazione di ciò che accade sempre, ciò che Brecht raccomandava appunto di non considerare normale. Non più sovrani e consiglieri dei sovrani, non scienziati e non tecnici, gli intellettuali chiamati a pensare il presente dovranno essere – dice Vattimo – qualcosa di più simile al prete o all’artista, prete senza gerarchia, però, e forse artista di strada. Qualcuno in ogni caso capace di opporsi al pensiero unico e di rinunciare alla retorica del dialogo che lo giustifica. In effetti, di “debole” – in queste posizioni – c’è ben poco.