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Franco Mazzucchelli en plein air Stampa
Scritto da Paola Zorzi   
Mercoledì 30 Maggio 2018 07:11

g 3 mazzucchelliMa voi potreste

- scriveva Majakowskji -

suonare un notturno

su un flauto di grondaie?

Questo non solo per citare Vladimir Majakovskji, quanto per introdurre una pratica tipica dell'arte che, dal novecento in poi, è riuscita a fare poesia attraverso oggetti comuni e materiali che un tempo sarebbero stati reputati banali, non degni di particolare interesse se non addirittura confinati tra ciò che la cosiddetta cultura alta considerava volgare o di serie B. 

Ed è proprio nel voler parlare della mostra  "Franco Mazzucchelli en plein air" che possiamo constatare come gli elementi e materiali attraverso cui le opere di questo artista si presentano siano non solo tra i più comuni ma, come nel caso dell'aria e dello spazio, seppur comuni comunque preziosi in quanto  indispensabili, insopprimibili... oltre che oggetto di sperimentata interazione quotidiana. 

La plastica, l'aria, lo spazio uniti ad una  loro  possibile  interazione con il pubblico sono infatti gli elementi costitutivi delle opere di Mazzucchelli.



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La plastica in particolare è un materiale contraddittorio, è, come ebbe modo di scrivere Roland Barthes in "Miti d'oggi" "più che una sostanza l'idea stessa della sua infinita trasformazione... tutta impregnata di questa scossa più che oggetto essa è traccia di un movimento... sublimata come movimento non esiste quasi come sostanza... né dura né profonda essa deve contentarsi di una qualità sostanziale neutra a dispetto dei suoi vantaggi utilitari".  

Ed in effetti anche in questo caso l'utilizzo della plastica continua a far discutere, lo fece agli esordi in quanto materiale inedito, lo fa ancora oggi in quanto lo si vorrebbe sostituito da materiali rinnovabili. Di fatto la contraddittorietà del suo utilizzo la vede da un lato succube del peggior consumismo ma dall'altro tra i materiali più democratici che nel   consentire  produzione e ri-produzione di oggetti economici rivolti a tutti piuttosto che ad un'élite, ha azzerato la gerarchia dei materiale in favore della sua funzione. Il nostro tempo non sarebbe tale senza l'iniezione energetica della democratica plastica. Ma questa, oltre a non essere disponibile  all'infinito, data questa sua superficialità che si presta persino all'ironia, da sola, senza il nostro intervento, pur dandone la sensazione, non potrà mai essere risolutiva. Come sempre sono le motivazioni, le ragioni a legittimare o meno le nostre scelte.

E, a proposito di tras-formazione, questa mostra riesce davvero a stupire: volumi trasparenti o bianchi dalle acute  forme piramidali, sferiche, a corona circolare oppure tunnel trasparenti,   sbuffi fluttuanti, scaglie iridescenti che nella loro aerea, eterea leggerezza catturano e riverberano schegge  luminose. Non senza ironia, quasi  salvagenti che a suo tempo hanno raggiunto persone abbandonate alle lusinghe dell'industria culturale contrastandone gli effetti con i suoi stessi materiali.   Volendo trovare dei precedenti, o meglio delle relazioni con la storia dell'arte: il futurismo russo quale precursore del costruttivismo in quanto quest'ultimo sorretto da motivazioni sociali e indirizzato verso un'arte popolare in senso nuovo, orientata cioè all'abolizione di gerarchie e realizzata attraverso opere di intrinseco valore pur essendo  indirizzate a tutti.  

La mostra "Franco Mazzucchelli en pein air", curata da Giada Femia e  Miroslava Haiek, esposta al pubblico nei locali di Villa Cernigliaro e del parco che la circonda durante tutto il mese di maggio, dovrebbe concludersi il 2 giugno ma molte delle opere in esposizione saranno ancora visibili per gran parte del periodo estivo. 

Vale la pena sottolineare i precedenti che hanno visto Villa Cernigliaro frequentata in periodo fascista dalla dissidenza intellettuale del momento. Luogo di ritrovo in cui organizzare una resistenza alle assurdità che in pieno regime andavano diffondendosi. 

In contemporanea il Museo del Novecento di  Milano ha dedicato all'artista un'altra mostra dal titolo "Non ti abbandonerò mai. Franco Mazzucchelli, azioni 1964-1979". Quest'ultima si presenta prevalentemente come una documentazione fotografica in grado di ripercorrere le modalità di realizzazione del suo lavoro. Metodologia  già intrapresa dal suo insegnante Marino Marini.

Le serie fotografiche esposte al quarto piano del Museo del Novecento ci regalano immagini relative a molte delle azioni che Mazzucchelli ha messo in campo a partire dalla metà degli anni Sessanta.  Si tratta di un'interpretazione pionieristica sia della "scultura" che della sua esposizione e comunicazione.

L'artista stesso parlando della sua attività,  ha sottolineato come il mercato dell'arte in passato non si  fosse interessato al suo lavoro e d'altra parte lui a quel mondo.

Così opere gonfiabili,  in pvc o politilene, sovente di grandi dimensioni, a partire da metà degli anni Sessanta, venivano abbandonate dall'artista  senza preavviso o autorizzazione in piazze, parchi, quartieri periferici in balia di fruizioni occasionali e di certo anticonvenzionali.

Nonostante Mazzucchelli sia stato un precursore che di fatto rimpiazzava la scultura classica con oggetti del tutto inediti che si poteva suppore potessero suscitare incomprensione o diffidenza, ha sempre goduto di un'inaspettata accoglienza da parte del pubblico, i bambini in particolare  si sono sempre dimostrati irresistibilmente attratti e pronti ad interagire con le sue installazioni.

Tra le serie di opere realizzate a partire dagli anni Sessanta ricordiamo "Gli abbandoni;

 "gli A.To.A." acronimo di Art To Abandon oppure dal france "à toi"; le "Riappropriazioni" e ancora i tanti interventi tra i quali citiamo "meccano gonfiabile" presso l' Asilo Montessori di Milano (1967); l'opera gonfiabile utilizzata per il blocco stradale di via Traiano, sempre a Milano, messo in atto dagli operai dell'Alfa Romeo (1971) oppure il lavoro concettuale "Caduta di pressione" per mezzo del quale veniva monitorato il consumo di ossigeno del pubblico durante una sua personale.