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Paola Bisio : Memorie e Radici Stampa
Scritto da Paola Zorzi   
Domenica 24 Marzo 2019 09:18

g 05 lumix simbologie preistoriche femminili bisioLa mostra di opere primitiviste inaugurata a Mosca nel 1909 da Natalie Gončiarova, allora cofondatrice del gruppo "La rosa azzurra", suscitò un grande scandalo.

Oggi una mostra come quella proposta da Paola Bisio, ispirata a simbologie femminili dalla preistoria, forse non susciterà lo stesso scalpore ma di certo farà riflettere.

Se infatti ritengo quella mitica una fase adolescenziale dell'umanità da superarsi in favore di una raggiunta maturità è anche vero che la mediazione incarnata dal mito da un lato e l'astrazione assicurata dal simbolo dall'altro, entità concettuali relative al periodo preistorico a cui  l'artista fa riferimento, giustificano un'analisi e rivisitazione degli stessi. 

Tanto più questo è valido se pensiamo che per questa mostra Paola Bisio si è riferita a studi condotti dall'archeologa multidisciplinare lituana Marija Gimbutas su civiltà europee antiche ascrivibili ad un lasso di tempo  che va dal 7000 al 3500 a.C. (con sconfinamenti nell'Età del Bronzo soprattutto in area mediterranea).  FOTO PAOLA ZORZI


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Un periodo questo poco indagato dall'archeologia classica più interessata a ritrovamenti riconducibili a civiltà bellicose e gerarchiche. In questo caso i reperti  degli insediamenti oggetto di studio della Gimbutas fanno pensare invece ad una civiltà pacifica, non marginale in quanto affermatasi per alcuni millenni, fondamentalmente egualitaria. Siamo di fronte cioè a quelle che vengono definite società matrilineari o matrifocali dai cui ritrovamenti, nonostante la centralità della figura femminile, non emergono particolari distinzioni di censo o di sesso. 

A ondate successive questa antica civiltà europea sarà soggetta ad un processo di ibridazione dovuto alle incursioni di una differente cultura essenzialmente patriarcale, bellicosa, di matrice indoeuropea, sviluppatasi fino ai nostri giorni("!"). 

Non è un caso che Paola Bisio, attraverso gli studi condotti da Marija Gimbutas, si sia quindi concentrata sul periodo ascrivibile alla civiltà europea antica. La storia dell'uomo (che in tal senso comprende anche la preistoria) infatti è maestra di vita non solo in quanto è in grado di evidenziare gli errori commessi dall'umanità nel corso del tempo ma lo è anche nel saper evidenziare esperienze positive  in grado di far emergere potenzialità che riguardano parte di quella umanità che in altri contesti troviamo completamente frustrate. Esperienze attraverso le quali determinati gruppi di persone riescono a dimostrare di essere in grado di svolgere compiti e funzioni  da cui di norma risultano precluse per via di pregiudizi, discriminazioni, opportunismo, condizionamenti culturali.

Nello specifico, merito della Gimbutas, è aver portato alla luce una visione del femminile e del sacro al femminile assente nelle successive culture.

Secondo la studiosa americana Susanne Langer, che rifiuta un approccio metafisico al mito, il mito come il linguaggio funziona per mezzo di forme simboliche, complesso di elementi formali portatori di significato.  Una mediazione sulla quale è basata l'attività del pensiero. Sempre secondo la Langer linguaggio, mito, arte, scienza sono gli universi del simbolico. Essi non presuppongono nessuna realtà metafisica e però costituiscono il patrimonio del pensiero e della loro stessa oggettività. 

In definitiva si potrebbe dire che il mito stesso nel suo insieme è uno strumento e in quanto tale viene prodotto e usato. Ma mentre Paola Bisio in accordo con Susanne Langer guarda al mito come ad un'attività congenita alla forma mentis umana, precedente ad ogni tipo di possibile compensazione intrapresa allo scopo di affrontare le criticità del vivere, dunque essenzialmente scevra da interpretazioni “storiche”, personalmente mi chiedo se questo non implichi almeno in parte un reiterare strumentale atto ad incarnare le aspettative disattese di un'intera società non ancora dotata degli strumenti per realizzarsi... 

Nello specifico, dagli studi interdisciplinari della Gimbutas emerge un simbolismo e sacralità nella cui iconografia appare ricorrente l'utilizzo di immagini prevalentemente  femminili, antropomorfe o zoomorfe legate ai cicli naturali di fertilità, nascita, morte e rigenerazione.

È da questo universo concettuale ed iconografico che Paola Bisio attinge materiale utile per le sue opere idoneo a colmare l'abisso generato da una cultura in cui il femminile appare pressoché assente. 

Com'è possibile infatti giustificare una tale millenaria assenza della figura femminile in tanti campi del sapere e dell'agire? In che modo fornire uno sguardo ulteriore a partire dal vissuto femminile e come evitare che questo vuoto alimenti teorie sessiste a dir poco assurde? 

Alle attuali mitologie che troviamo così ben descritte da Roland Barthes nel saggio "Miti d'oggi" se ne aggiungono di sempre nuove anche se non così evidenti. La tecnologia infatti non è così neutrale come saremmo portati a credere, altrettanto vale per  i famosi algoritmi attraverso i quali oggi viene filtrata gran parte della realtà  e della nostra vita, anche questi  non sono oggettivi  ma rispondono alle necessità, agli interessi e condizionamenti culturali di chi li ha realizzati ma soprattutto di chi li ha commissionati.  La stessa scienza sovente interpretata dogmaticamente non di raro si trasforma in scientismo magico elevato a oggettività implementando così un arretramento rispetto alla complessità e dinamismo a cui il pensiero contemporaneo in teoria sarebbe già pervenuto. 

Le nuove mitologie infine incarnano modelli consumistici o status symbol atti a compensare una irrisolta disparità economica interna al tessuto sociale oppure l'emarginazione e frustrazione di parte di questa. E che dire di una società sedicente democratica ai cui vertici, e non solo, la rappresentanza femminile è del tutto assente?

L'iconografia a cui fa riferimento Paola Bisio e la personale rielaborazione restituita attraverso le sue opere fanno da contraltare ad una banalizzazione, volgarizzazione, mercificazione del femminile che ancora caratterizzano una parte consistente del mondo contemporaneo. Evidentemente nonostante innumerevoli progressi e la coscienza che, insieme alle specificità, molti sono gli aspetti che ci accomunano con l'altro sesso, ancora il femminile è costretto a misurarsi con i retaggi culturali di un passato autoritario e patriarcale.

In questo ciclo dedicato alle simbologie preistoriche femminili, assunte come radici misconosciute della nostra evoluzione culturale,  sia  il dato materico-cromatico che 

la gestualità, che in altre opere più caratterizzano il lavoro della Bisio, lasciano spazio a più mediate soluzioni formali con ampi e artisticamente determinanti sconfinamenti in aree simboliche. 

Questi sistemi codificati di simboli basati su convenzioni culturali sono testimonianza concreta dell'elaborazione di un antecedente e più diretto approccio emotivo alla natura e ai suoi cicli. Questo già presente nel Neolitico così come ai nostri giorni necessitava però di un ulteriore contestualizzazione sia temporale che iconografica.

La testimonianza che in  quelle culture covava un'intelligenza e sensibilità  non inferiore a quella attuale è dunque restituita dall'artista attraverso composizioni del tutto originali.  In queste troviamo accostati elementi figurativi, stilizzazioni caratterizzate da un alto grado di astrazione e generalizzazione fino ad arrivare ad una figurazione astratta come nel caso del motivo a scacchiera.

Una stilizzazione che si inserisce in un dibattito mai risolto da parte di chi da un lato vede  nella semplificazione, riduzione e sintesi rintracciabili nei numerosi reperti iconografici preistorici  un segno di arretratezza e  dall'altro chi pensa che questo giudizio urti contro le teorie di tanta arte contemporanea che della sintesi e astrazione hanno fatto il loro "marchio" considerandoli al contrario un segno di ulteriore elaborazione e raffinatezza a cui il pensiero è in grado di pervenire rispetto ad una figurazione dove la copia e il manierismo hanno maggior rilievo. 

Evidentemente l'essere umano non essendo predeterminato istintualmente se non in minima parte sente la necessità di elaborare una specie di secondo DNA che ha la sua ragione di essere nella cultura e in un suo continuo, altalenante flusso dialettico. Questa (la cultura) nella  sua costante evoluzione e ricerca si avvale delle precedenti esperienze e conoscenze non per mantenere lo status quo ma per potersi ulteriormente migliorare e proiettare verso un futuro ancora inedito sempre più in sintonia con le aspettative più intime del genere umano.

Mi piace pensare che le radici a cui fa riferimento Paola Bisio nel titolo di questa mostra oltre a fornire strumenti atti a colmare un vuoto si proiettino verso un futuro di maggiore emancipazione per il genere femminile e di conseguenza  per l'umanità nel suo insieme. 

http://www.paolabisio.it/

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PAOLA BISIO

MEMORIE  E  RADICI. Il femminile nell’Europa preistorica. Mostra d’arte contemporanea.

Palazzo della Provincia di Biella. Sala Cantinone. Biella.

Visitabile nei giorni 22, 23, 24, e 29, 30 e 31 marzo dalle 15 alle 20.  

Visite in altri orari su appuntamento.