L’Ecce homo: il testamento figurato di Antonio Ciseri Stampa
Scritto da Chiara Ivy Bergamini   
Lunedì 19 Aprile 2010 00:00
Active Image   Dopo vent’anni di lavoro e di ripensamenti la sorte privò Antonio Ciseri delle lodi all’Ecce Homo! intessute tanto dai suoi estimatori quanto da chi lo aveva avversato strenuamente, come Diego Martelli. Il quadro, oggi alla Galleria di Arte Moderna di Palazzo Pitti, rappresenta senza dubbio il testamento figurativo del Ciseri, svizzero di nascita e fiorentino d’adozione. L’opera fu esposta per la prima volta due settimane dopo la sua morte (avvenuta l’8 marzo 1891) nello studio del pittore. ( Foto a dx l'opera di Antonio Ciseri).  L’enorme tela (cm 380 x 292) che attira oggi l’attenzione del visitatore dalla sala 14 fu voluta dal Regio Governo per la Galleria d’Arte Moderna di Roma, dove rimase fino al 1914: dall’anno successivo figura tra i depositi della prestigiosa galleria fiorentina, in virtù del forte legame del pittore con la città: da generazioni, infatti, gli uomini della famiglia Ciseri si erano recati a Firenze in cerca di fortuna come decoratori di interni e anche il giovane Antonio avrebbe dovuto intraprendere questa strada. L’ammissione all’Accademia di belle arti (nel 1834) e i molteplici riconoscimenti ottenuti aprirono invece la via ad un gran numero di commissioni e a una scuola in via delle Belle Donne n. 14, sopra lo studio che fu di Ingres. I ritratti e i soggetti religiosi furono sempre i prediletti di Ciseri e l’Ecce Homo!  rappresenta in questo senso la summa di una vita di studio e di pratica, durante la quale l’artista passò dagli esordi accademici (risultato delle forti influenze del Bezzuoli) ad una notevole apertura, negli anni ‘50, alle nuove sfumature del vero: nella tavolozza del Ciseri i colori lussureggianti del suo maestro lasciarono spazio a tonalità livide e smorzate. Subì poi l’influenza dei pittori francesi e svizzeri tanto attivi nella nuova capitale del Regno d’Italia, fino ad avvicinarsi, negli ultimi anni di attività, agli stilemi di Alma Tadema. Per quanto riguarda l’episodio rappresentato nell’Ecce Homo!, pare che lo svizzero si sia ispirato alla Vie de Jésus di Ernest Renan in cui vi è una digressione sul sogno della moglie di Pilato del viso di Gesù e del sangue scaturito in seguito alla sua ingiusta morte. Il quadro impressionò favorevolmente il pubblico non solo per la veridicità storica con cui Ciseri trattò l’argomento, in linea con gli studi più aggiornati della pittura religiosa francese e italiana, ma anche per la forte nota di sentimentalismo rappresentata dalle due donne addolorate nella parte destra del quadro. Nell’immobilità della scena sono rappresentati sentimenti palpabili e vivi grazie ai quali l’osservatore si sente chiamato a partecipare emotivamente al dramma che sta per consumarsi. La scelta del taglio fotografico e assieme alla visione di spalle dei personaggi che cala l’osservatore all’interno della scena, non fanno che accrescere questo senso di dolorosa sospensione mentre l’impassibile Gesù attende il responso della folla. Il fulcro del quadro è senza dubbio la figura centrale di Pilato, il più umano tra gli uomini, che ha abbandonato il suo seggio dal sapore esotico per recarsi lui stesso alla balaustra e cercare con la sua parola di salvare Gesù dalla morte. La drammaticità del tentativo è sottolineata dal gesto solenne ed eloquente con il quale lo presenta alla folla. I vuoti paratattici che circondano i panneggi bianchi delle sue vesti e il raggio di luce che gioca con le trasparenza della tunica, così apprezzati dal Martelli, intensificano il senso di isolamento della figura. Il personaggio di Pilato attirò da subito l’ammirazione dei contemporanei che lo definirono come figura “di straordinaria bellezza e basterebbe da sola a costruire l’importanza dell’opera”. Tra le quinte sceniche date dalle due colonne della balconata del Pretorio vi è l’altro protagonista dell’evento biblico, Gesù, che attende consapevole il verdetto della folla: il suo manto rosso sangue – quello stesso sangue che a breve verrà versato – rivela un corpo memore delle nuove tendenze realistiche. Le guardie e il pretore all’estrema sinistra della tela sporgono incuriositi il capo verso la piazza sottostante mentre dal lato opposto del quadro la giovane moglie di Pilato (per la quale posò la figlia di Ciseri), “contrappunto patetico della scena”, cerca conforto nella sua ancella appoggiandosi alla sua spalla come una sventurata Cassandra alla quale in sogno è apparso il futuro del “Re dei Giudei”. Sullo sfondo, la folla accecata dal bagliore del sole acclama Barabba, il cui nome echeggia tra le fedeli ricostruzioni storiche (vicine ai modi di Gérôme); persino sui tetti degli edifici ci sono persone che agitano le braccia in segno di approvazione. Il tutto è avvolto da una luce abbagliante, già simbolista, che assieme alle ampie zone d’ombra carica il quadro della sospensione temporale derivata dall’attesa del fatidico verdetto: già conosciamo la conclusione dell’episodio biblico ma se così non fosse il palpitante Ecco Homo! ci renderebbe partecipi dell’eterna attesa del verdetto.