Nella fucina di Rubens : Il maestro, il suo atelier e il suo mondo Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Mercoledì 21 Aprile 2010 00:00
Active ImageA Villa Olmo dopo sei  grandi mostre dedicate alla pittura del ‘700 e dell’800, si espone uno dei grandi maestri del ‘600, Rubens, considerato un maestro assoluto della luce e del colore. Dai sui quadri scaturisce una forza prodigiosa, la seduzione,  le visioni, la passione. La mostra ha ben 25 capolavori, provenienti dalla Gemäldegalerie dell’Accademia di Belle Arti, dal Liechtenstein Museum e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna. ( Foto a sx la locandina della mostra). rubens1.jpgAccompagnano i dipinti del maestro di Anversa esposte a Villa Olmo 40 opere di pittori fiamminghi del Seicento tra i quali Anton Van Dyck, Jacob Jordaens, Gaspar de Crayer, Pieter Boel, Cornelis de Vos, Theodor Thulden. Rubens porta nelle sue opere il Barocco che lascia il Manierismo e il Barocco per dissolvere i confini, i limiti del reale, le opere portano intrinseche il senso dello sconfinato, l’essere non è più statico e rigido ma dinamico, fluttuante in continua evoluzione. Il seicento è stato il secolo d’oro delle Fiandre, territorio che oggi corrisponde all’attuale Belgio, ma anche un territorio difficile spesso scontro di grandi potenze europee. Anversa, vanta la presenza di molti cattolici e quindi la maggior parte dei committenti sono degli ordini religiosi, e borghesi molto colti e preparati in un territorio a volte definito di frontiera. Ecco che si creano numerose botteghe, e quella di Rubens resta comunque sempre la più famosa, visto  i nomi d’eccellenza che ci lavorano Van Dyck, Jacob Jordaens e tanti altri presenti in mostra. ( Foto a dx il giardino con vista lago di Villa Olmo ).




Le opere rubensiane in mostra che si possono dividere in:
Opere dipinte in Italia:

Un’assoluta rarità fra le opere esposte a Villa Olmo è Il giudizio di Paride (1605-1608), una delle sole quattro opere che Pieter Paul Rubens realizza su tavola di rame, supporto inconsueto per un tema ricorrente nella sua pittura, più volte ripreso fino al famoso quadro del 1638-39 commissionato dal re di Spagna Filippo IV, ora al Museo del Prado di Madrid. È questo uno dei più incantevoli “poemi” pittorici dipinti da Rubens, in cui tutto, dall’insieme della composizione, alle figure al paesaggio, al cielo che le sovrasta, si risolve nel colore e nella pittura stesa con pennellate fluide, fondendo in un unicum indissolubile sia le figure che l’ambiente che le circonda. Il dipinto raffigura la competizione tra le dee Giunone, Minerva e Venere per il titolo di donna più bella dell’Olimpo, giudicate da Paride.

La Circoncisione di Cristo, del 1605
, risponde poi a precise indicazioni iconografiche dettate dalla Controriforma di espressione chiara ed immediata di partecipazione al sentimento religioso. È probabile che si tratti di uno studio per la pala d’altare della chiesa dei Gesuiti di Genova (e infatti c’è un’opera pressoché identica nella chiesa di Sant’Ambrogio di Genova; il giorno della circoncisione Gesù “riceve il suo nome”: di qui l’interesse dei Gesuiti per quell’evento).

Lotta per lo stendardo (La Battaglia di Anghiari), del 1605 circa, si riferisce alla Battaglia di Anghiari, un’opera di Leonardo divulgata in Europa tramite un’incisione di Lorenzo Zacchia. Al Museo del Louvre di Parigi è conservato un disegno di Rubens, di poco precedente, con la medesima immagine.

È forse però la Madonna della Valicella adorata dagli Angeli, del 1608 la commessa di maggior prestigio che l’artista ricevette in Italia: due modelli per le pale d’altare della Chiesa dei Gesuiti a Genova e di Santa Maria della Vallicella a Roma, dove l’impostazione teatrale della luce e l’atmosfera cromatica rivelano l’influsso dei grandi pittori veneziani del Cinquecento, che Rubens aveva studiato durante il suo soggiorno a Venezia del 1600. Nell’opera in mostra (uno studio successivo alla realizzazione della pala), Rubens propone una revisione della scena dando maggiore enfasi alla immagine miracolosa della Vergine circondandola con cornici di angeli (e con santi che appaiono in un’altra tela conservata a Salisburgo).

Opere dipinte dopo il ritorno ad Anversa:

L’Educazione della Vergine (1609-1610) è un dipinto realizzato come probabile modello di una pala poi non eseguita, e rivela la mano dell’allievo di Rubens, Van Dyck. La figura della Vergine bambina viene rappresentata a partire dagli studi che Rubens aveva eseguito nel suo soggiorno romano. A proposito di Daniele nella fossa dei leoni (1615), va detto che si tratta di un tema raro: è probabile che Rubens abbia eseguito le opere non per un committente ma per sé.

Borea rapisce Orizia (1615), vigoroso capolavoro e immagine guida della mostra rubensiana di Como, rappresenta il rapimento, narrato dal poeta latino Ovidio nelle Metamorfosi, della ninfa Orizia, figlia di Eretteo, il re di Atene, e sorella di Procri, da parte del barbuto e alato Borea, personificazione del vento del nord, detto anche Aquilone. Il tema (molto raro, ve ne sono tracce solo in alcune miniature) del dipinto è tratto dal racconto di Ovidio (e da quello di Apollodoro). Il dio del gelo e del burrascoso vento del Nord, Boreas, figlio del titano Astreo e di Aurora, rapisce la principessa ateniese Orizia; il suo aspetto è quello di un vecchio severo, alato, con la veste fluttuante. Rubens fonde i due corpi in un avvolgente e fluttuante abbraccio, catturando il momento di transizione che dalla paura e violenza del rapimento conduce a un’estasi di amore e fantasia. Il corpo di Orizia, come quello di tutte le figure femminili di Rubens, è reso con un incarnato talmente realistico e vivo da far domandare al pittore italiano Guido Reni: “Ma questo pittore mescola il sangue ai colori?”.

Particolarmente significative sono le due grandi tele che raffigurano Vittoria e Virtù e Il trofeo di armi, appartenenti al ciclo che Rubens dedicò al personaggio romano Publio Decio Mure (1616-1617), un console che prontamente sacrifica se stesso.  Il tema dei quadri è ispirato alle vicende dell’eroico condottiero vissuto nel IV secolo a.C., la cui storia è stata tramandata da Tito Livio.
Il ciclo di Decio Mure comprende una serie di cartoni per arazzi, commissionata da famiglie patrizie genovesi, e di otto grandi dipinti. In questo caso l’esecutore dei cartoni e dei dipinti è Van Dyck. Le tele erano destinate innanzitutto a servire come guida per i pittori specializzati nell’esecuzione dei cartoni, ma potevano anche essere usate per i futuri clienti che potevano ordinare anche ulteriori serie di arazzi, dopo l’editio princeps.

Di notevole valore storico, oltre che artistico, la serie dei piccoli oli su tavola di soggetto sacro, dipinti da Rubens come modelli preparatori per i 39 dipinti commissionatigli nel 1620 per i soffitti della chiesa dei Gesuiti di Anversa intitolata a Sant’Ignazio, opere che andarono poi distrutte dall’incendio della chiesa del 1718. La costruzione pittorica di particolare dinamismo e la prospettiva dal basso verso l’alto testimoniano la suggestione di Paolo Veronese esercitata sulla fantasia di Rubens. In questi preziosi lavori preparatori sopravvissuti è possibile incontrare più che mai la mano autografa dell’artista, che realizzava personalmente i bozzetti affidandosi poi alla collaborazione della bottega per il perfezionamento dell’opera finale.

Le Tre Grazie (1620-1624) sono il vero manifesto dell’ideale bellezza femminile del tempo e che Rubens rappresenta sul modello del gruppo scultoreo ellenistico ritrovato a Roma nel XV secolo. Rubens dipinse il motivo delle Tre Grazie diverse volte, come soggetto singolo o inserito in un contesto più ampio. In questo caso, i tre personaggi femminili sono impersonati nelle figure delle dee greche delle stagioni, vestite solo di un leggerissimo velo, che reggono un cesto di fiori, donando loro uno straordinario movimento circolare e un naturale ed elegante intreccio di braccia e di mani. Sappiamo che le figure sono di Rubens e che i fiori e i paesaggio appartengono  a Brueghel.

L’Apoteosi di Giacomo I (1632) è il bozzetto di un dipinto di grandi dimensioni realizzato per il soffitto della Banqueting House a Whitehall, un edificio costruito attorno al 1620  Già nel 1621 Rubens viene invitato da Giacomo I d’Inghilterra a decorarlo, ma si dovrà aspettare il 1629, con l’arrivo di Rubens a Londra.
Da non mancare è inoltre l’incontro con l’imponente dipinto Il satiro sognante, una delle opere più insolite del maestro fiammingo, realizzata tra il 1610 e il 1612 poco dopo il suo ritorno in Italia, colpisce, oltre che per la sua allegorica sensualità, per l’architettura della composizione che contrappone il gruppo composto da Bacco, dal satiro ubriaco e dalla Menade, a una traboccante natura morta, composta da un prezioso vasellame dorato e da una ricca serie di calici e coppe.

I maestri fiamminghi

Accanto a questi capolavori di Rubens, la mostra di Villa Olmo propone 40 tele realizzate da pittori fiamminghi della sua cerchia, in particolare di Anton Van Dyck, amico del maestro e certamente l’allievo di maggior talento – di cui è presente, tra gli altri, il famoso Autoritratto giovanile e lo splendido Ritratto in armi del giovane principe - oltre che opere di Jacob Jordaens, Gaspar de Crayer e Theodor Thulden.
Tra i fiamminghi spiccano, per particolare pregio e minuzia del dettaglio, le nature morte di Pieter Boel, Jan Fyt e Jan De Heem in cui è possibile incontrare quella commistione di naturalismo, esotismo e artificialità tipica delle raccolte nobiliari delle kunstkammern tanto di moda nei Paesi Bassi del XVII secolo. È il caso di Natura morta con mappamondo, tappeto e cacatua di Pieter Boel o Natura morta con frutta e scimmia di Jan Fyt o ancora la sontuosa Natura morta con pappagallo di Jan Davidsz de Heem. Una variante della natura morta, molto apprezzata nelle Fiandre intorno alla metà del Seicento è quella delle scene di cacciagione, ben rappresentate in mostra da opere come Il pavone bianco di Jan Weenix (1693), o le due Natura morta con cacciagione, rispettivamente di Jan Fyt e Melchior Hondecoeter.

Villa Olmo, via Cantoni 1, 22100 Como – Italy -

Info:  www.grandimostrecomo.it