Intervista esclusiva con Cornelio Sommaruga Stampa
Scritto da Michele Caracciolo di Brienza   
Martedì 15 Settembre 2009 00:00
sommaruga.jpgL’affabilità è uno dei tratti principali di Cornelio Sommaruga. Diplomatico svizzero di origini ticinesi, con un’infanzia e un’adolescenza trascorse a Roma, Sommaruga è stato a lungo una delle figure preminenti della diplomazia della Confederazione. Del periodo formativo trascorso in Italia rimane il gusto nel sottolineare le proprie parole con gesti opportuni e che mostrano l’abitudine di conversare e di parlare in pubblico. È stato Segretario di Stato all’Economia Esterna dal 1984 al 1986 e Presidente del CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa) dal 1987 al 1999, legando indissolubilmente il suo nome a quest’istituzione e mettendo sempre la sua arte diplomatica al suo servizio.Qui di seguito la prima parte del colloquio concesso in esclusiva a La Rivista. Nel prossimo numero la seconda e ultima parte in cui Cornelio Sommaruga ripercorre alcuni degli eventi che hanno segnato il suo mandato al vertice del CICR quali il genocidio in Ruanda, la guerra in Cecenia e la discussione sugli ultimi sviluppi del diritto internazionale umanitario.   
Dottor Sommaruga il suo percorso professionale è stato straordinario, vista anche la varietà dei campi in cui ha operato.
In effetti, ho sempre servito in qualità di diplomatico, ma in ambiti diversi. La chiamo in ogni caso diplomazia, da quella classica e bilaterale alla diplomazia economica e multilaterale per finire con quella umanitaria. In fondo quello che ho fatto dopo aver lasciato il CICR è ancora in questa direzione, se considera i miei compiti sociali e umanitari in diverse fondazioni.  
Adesso i suoi impegni comprendono la Fondazione Initiatives for Change a Caux vicino Montreux.
È un’istituzione interessante che vale la pena di conoscere. Quest’anno abbiamo avuto un forum sulla sicurezza umana, con duecento personalità dal mondo intero a discutere delle conseguenze del cambiamento climatico e della crisi economica. Non ho più responsabilità dirette, ma continuo ad andarci e mi chiedono di partecipare. All’inizio di luglio c’è stata la giornata ufficiale di presentazione dell’attività della Fondazione e la visita del magnifico Palace dove ha sede. Spesso mi reco ad Amman in Giordania, dove da circa due anni sono vicepresidente del consiglio di un’altra fondazione chiamata Foundation for the Future. La sua attività è il sostegno alla società civile in Africa del Nord e Medio Oriente in progetti legati ai diritti umani e alla democrazia.
 Quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario della battaglia di Solferino (24 giugno 1859). I caduti furono 30'000, una cifra elevata per una sola battaglia. Basti pensare che nella guerra del Vietnam (1962-75) gli Stati Uniti hanno avuto 38’000 caduti.
Solferino è un evento fondamentale per la storia della Croce Rossa oltre che per la storia d’Italia. Per questo motivo mi sono recato il 24 giugno scorso in quei luoghi per partecipare alle cerimonie dell’anniversario della battaglia. Ci sono andato con un gruppo del CICR dato che ne sono membro onorario. A causa di quella battaglia è nata l’idea della Croce Rossa. Non è sicuro che Henri Dunant fosse sul campo di battaglia, ma di certo era a Castiglione delle Stiviere dove vide i feriti e organizzò i soccorsi nella Chiesa Maggiore di Castiglione. Reclutò le donne della zona di Brescia e di Desenzano per venire a curare questi feriti. Lì sono stati applicati i principi fondamentali della Croce Rossa e del movimento ad essa legato che hanno ancora oggi la loro importanza.  Innanzitutto il principio di Umanità, inteso come servizio per chi soffre; poi il principio d’imparzialità. Quelle donne dicevano: «Tutti fratelli». Significa imparzialità nel soccorso, nel senso di non fare alcuna differenza tra l’amico ed il nemico. Non ci sono vittime buone e vittime cattive. Sono tutte vittime. Inoltre, aggiungerei la neutralità. Henry Dunant in tutto il suo libro Un ricordo di Solferino non accusa nessuno. Tenta di non prendere posizioni, anche se forse appare più vicino ai francesi per il fatto di essere ginevrino. Non dimentichiamo il principio dell’indipendenza. In fondo Henry Dunant ha soccorso queste vittime senza che nessuno gli dicesse di farlo, né un governo né un’associazione. Infine, il principio del volontariato: nessuno ha pagato Henri Dunant e tutte le donne che prestavano soccorso. L’hanno fatto di loro spontanea volontà.
 Nel 1901 Henri Dunant fu insignito del premio Nobel per la Pace. Sebbene non avesse mai cercato questo riconoscimento, sono certo che il premio fu gradito, se non altro perchè gli permise di avere una vecchiaia serena, dato che la sua situazione economica non era mai stata solida. Dunant resta in ogni caso un personaggio in parte controverso. Era un imprenditore fallito. Si trovava nella zona di Solferino per prendere contatto con Napoleone III per discutere di alcuni affari. C’era in lui il desiderio di trovare una business idea che in parte ha trovato in quell’occasione. Dall’idea di Dunant è poi nata un’istituzione molto grande. L’idea innovativa, che fu poi realizzata da Gustave Moynier, era di avere un’istituzione permanente e organizzata in maniera efficiente. È vero che dà aiuto durante le guerre e non solo, tuttavia è maturata una struttura finanziata dagli Stati, che ha sede a Ginevra e che ha avviato quel processo virtuoso che ha reso questa città un distretto delle organizzazioni internazionali e della diplomazia multilaterale e umanitaria. Vedo, dunque, da un lato un forte idealismo e dall’altro una ricaduta notevole sulla città e sul prestigio della Confederazione.
Credo che si debba separare quella che è stata la grande idea di Henry Dunant per il fatto quasi fortuito di essere sul posto e gli sviluppi futuri. L’idea era di creare – come già detto - un’associazione internazionale per prestare soccorso ai feriti in guerra e allo stesso tempo di creare una struttura giuridica che potesse salvaguardare questi feriti, in un certo senso neutralizzarli e neutralizzare anche il personale che presta soccorso. Dunant ha lavorato molto sodo nei quattro - cinque anni successivi alla battaglia di Solferino per arrivare a creare il Comitato Internazionale e per riunire un certo numero di rappresentanti di governi per l’elaborazione della prima convenzione di Ginevra. Tuttavia, già durante la prima conferenza di Ginevra, Dunant fu messo da parte dai suoi colleghi a causa dei suoi gravi problemi finanziari. Cominciò allora il suo peregrinare da un paese all’altro d’Europa. Fu molto in Francia, ma fu anche in Germania e altrove. Non si sa nemmeno tutto quello che fece, finché arrivò di nuovo in Svizzera, non a Ginevra, ma nell’Appenzell, a Heiden. Lì fu rintracciato da un giornalista che lo riportò all’attenzione pubblica aprendogli forse la strada verso il riconoscimento del Nobel.
 Tempo fa ho visitato il Museo della Croce Rossa a Ginevra creato una ventina d’anni fa. Più che un museo, è un percorso emotivo e mi pare efficace nel comunicare al visitatore che cos’è il Comitato Internazionale della Croce Rossa, la sua storia, i vari ambiti in cui opera e le convenzioni di cui è custode. In effetti, durante la sua presidenza alla Croce Rossa un credito che le si poteva attribuire fu quello di aver rilanciato la visibilità del CICR sia con l’incontro frequente con capi di Stato sia con i suoi interventi pubblici.
Mi fa piacere sentire la sua caratterizzazione del museo della Croce Rossa, perchè uno dei nostri problemi all’epoca fu proprio di sapere se bisognasse chiamarlo museo, in quanto in fondo quando si dice museo si pensa a degli oggetti, delle suppellettili, delle opere d’arte. Mentre lì si tratta di un percorso emotivo di quello che è stato e che è tuttora questo movimento di soccorso a coloro che soffrono, all’Umanità intera. Anche se l’idea iniziale è stata ispirata dai feriti di guerra, poi l’ambito di azione s’è allargato alla protezione dei prigionieri di guerra e di quelli politici, al ricongiungimento delle famiglie, alla ricerca dei dispersi. Non dimentichiamo poi anche tutta l’attività non legata alla guerra, tutte le catastrofi naturali e così via. Lei dice che abbiamo fatto molto per rimettere il CICR al centro dell’attenzione mondiale. È vero: questo fu uno degli incarichi che mi fu dato non da Berna, ma dai miei colleghi membri del Comitato. Quando arrivai mi dissero che c’erano due cose da realizzare: la prima era di rimettere il CICR nella carta del mondo e la seconda era di far restare il controllo dell’istituzione al Comitato e non ai dirigenti. I venticinque membri del Comitato sono responsabili di tutto. Dovevamo essere noi a portare questa responsabilità e a delegare ai direttori che sono nostri funzionari e nostri collaboratori. Poc’anzi lei accennava a Berna. Una delle cose le più difficili per me fu di lasciare Berna come Segretario di Stato. In Svizzera allora ce n’erano soltanto due, adesso sono tre. È la funzione più alta dell’amministrazione. Il Consiglio Federale, cioè il governo svizzero nomina i Segretari di Stato con un compito particolare. Io ero Segretario di Stato all’Economia Esterna e, ad un certo momento, quando sono stato nominato al CICR, i membri del governo non ne sapevano niente. Dovetti poi andare ad informare di persona il mio ministro, il quale non era per nulla contento che lasciassi. In seguito, ho dovuto informare tutti gli altri prima di dare le dimissioni, perchè ci potevano essere dei commenti del genere: “Ah! Sommaruga lascia perchè non è d’accordo con la linea politica del ministro”. Sarebbe diventata una questione politica.  
La nomina di un commis d’Etat della Confederazione alla presidenza del CICR potrebbe in realtà far pensare ad una volontà da parte di Berna di controllare il CICR.

No, si sbaglia. La nomina dei membri del comitato è una cooptazione ed è completamente indipendente da Berna. Del resto, la ricerca di un presidente del CICR è una faccenda piuttosto complessa perchè bisogna cercare qualcuno che abbia delle capacità diplomatiche, che conosca il mondo, che sia un negoziatore perchè si tratta di portare avanti un negoziato permanente di carattere umanitario, che conosca le lingue, che abbia un certo entre gens, nel senso che si possa inserire in società senza troppe difficoltà. Allora andare a cercare una persona così, e ce ne sono certamente, è compicato. Ma dove si va a finire? Su un professore universitario? Un banchiere? Uno sportivo? In fondo quello che è più portato è un diplomatico. Un diplomatico che ha fatto una certa scuola, una pratica. Il mio predecessore era un banchiere centrale, è stato vicepresidente della banca nazionale svizzera. Prima c’era stato un generale svizzero, un comandante di corpo. Tuttavia, non penso che sia l’ideale avere un militare come presidente. È bene invece averli nel Comitato. Ho sempre insistito perchè ce ne fossero uno o due, dato che nelle discussioni possono portare un know-how specifico. 
 Che passi avete compiuto per riportare il CICR al centro dell’attenzione della comunità internazionale?Intanto consideriamo la situazione mondiale quando sono entrato nel 1987. Si andava verso la caduta del muro di Berlino e c’erano numerosi conflitti interni ed internazionalizzati in Africa, America Centrale e in Asia. Non dimentichiamo mai l’Indonesia e le Filippine. In fondo non feci nulla di diverso da quello che già faceva il mio predecessore, ma parlavo di più. Pensavo che il CICR potesse ben dire quello che faceva. Non dovevo certo dare dei commenti sulle parti coinvolte, fatti salvi casi eccezionali, ma dicendo cosa faceva il CICR si rafforzava la credibilità dell’istituzione che al mio arrivo contava circa 350 collaboratori nella sede di Ginevra e 2’000 espatriati. Alla fine della mia presidenza nel ‘99 i collaboratori erano circa 700 a Ginevra e 2'500 espatriati oltre ad una rete capillare di collaboratori locali. Durante la mia presidenza il budget passò da circa 350 milioni di franchi svizzeri ad oltre il miliardo quando lasciai dopo dodici anni.  
In una sua recente intervista rilasciata alla Radiotelevisione Svizzera lei ha dichiarato che la convenzione di Ottawa del 1997 per la messa al bando delle mine antipersona è oggi una realtà grazie anche alla testimonianza di Lady Diana. L’impegno mediatico di una personalità pubblica, lontana dall’ambito umanitario, ha dato peso all’iniziativa della messa al bando di queste mine. Poi la sua morte improvvisa e l’averla trasformata in un’icona ha dato un’accelerazione finale per far decidere gli Stati su questa convenzione. Oggi però da parte di sportivi o di star del mondo dello spettacolo non si vede un grande impegno sociale. Si potrebbe secondo lei utilizzare di più la loro fama per promuovere cause umanitarie? In fin dei conti in passato queste testimonianze sono state efficaci. All’inizio degli anni Ottanta Michael Jackson fu uno dei promotori di We Are The World ed ebbe un successo notevole e con i proventi di quell’iniziativa riuscirono a finanziare tanti progetti.

Ci sono stati alcuni tentativi di altre organizzazioni come l’UNICEF e l’Alto Commissariato per i Rifugiati di scegliere qualche personalità della cultura, dello sport e delle arti per fare l’ambasciatore umanitario. Sì, può aver attirato un po’ di fondi, ma in generale non penso sia l’ideale. Il ricordo che conservo Lady Diana è per me emozionante perchè fui io a convincerla su quale tematica dirigere la sua attenzione. Lei era venuta una volta in visita al CICR e l’avevo incontrata. Un bel giorno mi telefonano e mi voleva vedere a cena. Andai a Londra, cenai con lei ed un piccolissimo comitato. Eravamo quattro o cinque persone in tutto. Voleva assolutamente fare qualcosa per la Croce Rossa, ma ne era preclusa in quanto le posizioni ufficiali della British Red Cross erano occupate della regina e degli altri membri della famiglia reale. All’epoca cominciavamo a muoverci nel campo delle mine terrestri. Le proposi l’argomento ma ancora non sapevo come avrebbe potuto contribuire. Lei subito dimostrò molto interesse e dopo un certo periodo siamo riusciti ad organizzare la sua visita in Angola, dove il CICR era presente e dove avevamo dei disastri causati da quelle mine. Fui sconvolto quando durante il mio primo viaggio in Angola vidi tutti quei mutilati che giravano nelle città dove il CICR aveva creato dei centri di riabilitazione ortopedica. Gli effetti di questa piaga sulla popolazione sono tremendi. Sapevo che, se la Principessa del Galles si fosse mossa, avrebbe avuto tanti di quei paparazzi al seguito che ne sarebbe venuto fuori qualcosa di positivo e così fu. Tempo dopo capitò quello che capitò, la sua morte avvenne in un momento delicato del negoziato della convenzione per la messa al bando di questi ordigni. Lei non ne aveva più niente a che fare, ma la sua scomparsa ha commosso tutti coloro che la conoscevano come promotrice della lotta contro le mine. Siccome l’incidente avvenne pochi giorni prima dell’apertura dell’ultima conferenza diplomatica a Oslo per negoziare il testo finale, sono convinto che la sua morte abbia avuto un’influenza per la conclusione dell’accordo.