Jan Vermeer e la calvinista cittadina di Delft Stampa
Scritto da Giuseppe Muscardini   
Lunedì 27 Luglio 2009 00:00
jv.jpg    Nell’anno in cui si celebra il cinquecentesimo anno della nascita di Giovanni Calvino può tornare utile indugiare sulla cura esecutiva di Vermeer, e nella fattispecie sulle peculiarità pittoriche della Giovane donna seduta alla spinetta. Ci aiuterà a comprendere il clima morale di un’epoca, di un luogo, di una città calvinista di nome Delft che, posta a metà strada fra Rotterdam e l’Aja, nel 1632 diede i natali al famoso pittore olandese. 

( A sx: Jan Vermeer,
Giovane donna seduta al virginale,olio su tela, 1670-1675 London, National Gallery).
jv1.jpgjv2.jpg   Non tutti sanno che il virginale è uno strumento musicale identificabile, con qualche approssimazione, con la spinetta. Prerogativa di cui possono invece vantarsi i musicofili, anche senza disporsi di fronte alla bella tela di Jan Vermeer dal titolo La ragazza alla spinetta conservata alla National Gallery di Londra, dove è catalogata come Giovane donna seduta al virginale. Il dipinto è nottevole sia per l’eleganza della scena pittorica, sia per l’allusiva profferta della giovane adolescente ritratta con le mani sulla tastiera, rivolta verso l’osservatore quasi ad invocare la presenza di qualcuno, certamente uno spasimante, con cui accompagnarsi allo strumento. E forse nella vita.    Il quadro consente agevolmente di comprendere le ragioni per cui l’artista olandese, già famoso in vita e richiestissimo dalla borghesia del suo tempo, sia stato poi ammirato da Marcel Proust, da William Burger, da Vincent van Gogh, da André Malraux, dai fratelli Edmond e Jules Goncourt (che con stupefazione definirono lattea e burrosa la sua tecnica), da Paul Claudel e da Giuseppe Ungaretti. Le sue opere, dalla ragazza con l’orecchino di perla - soggetto di un fortunato romanzo di Tracy Chevalier e della trasposizione cinematografica nel 2003 da parte del regista Peter Webber - sottolineano gli aspetti più poetici ed intimi del quotidiano, conferendo alle espressioni dei soggetti un’immediatezza e un’assenza di agitazione interiore che li pone fuori dal tempo. Riflettono il clima sociale al quale aderirono gli artisti fiamminghi in un periodo in cui la dirompente avanzata della Riforma protestante, e la conseguente eliminazione dalle case e dalle chiese di raffigurazioni sacre, convogliò l’interesse verso soggetti più legati all’ordinario svolgersi dell’esistenza, piuttosto che alla celebrazione delle forme con cui il divino si svela.   Ma se il quadro di Vermeer desta comprensibilmente l’interesse del pubblico, non meno importanti sono altre opere coeve grazie alle quali gli occhi della mente percepiscono le valenze geografiche di un suggestivo luogo, Delft, dove lo stesso Jan Vermeer vide la luce. Conosciuta per la produzione di raffinate ceramiche, la cittadina calvinista di Delft fu molto raffigurata nelle opere di artisti dell’epoca come Pieter de Hooch, Jan Miense Molenaer, Hendrick Cornelisz Vroom ed Hendrick Cornelisz van Vliet, Jacob Ochtervelt, Willem van Aeltst, Egbert van der Poel, Paulus Potter e Balthasar van der Ast, Jan van der Heyden, con vedute e profili del luogo.

   Nell’ambiente calvinista della cittadina olandese, e nella quiete domestica di una dimora borghese, suona una giovane donna. Alla parete è riprodotto da Vermeer un dipinto noto, La mezzana di Dirck van Baburen,  oggi conservato a Boston. Accanto alla spinetta, adagiata a terra quasi per caso, una viola da gamba. Seducente l’ipotesi degli storici dell’arte secondo cui dietro quell’inserimento di oggetti il quarantenne pittore celava altre intenzioni. L’idea di umanissimi franamenti della ragazza, forse accompagnata nella precedente esecuzione da un violista da poco uscito dalla stanza, e l’idea di un amore poco ortodosso suggerito dalla presenza del quadro di Dirck van Baburen, con la mezzana divertita alle trivialità di due figuri, inducono a fantasie forse anche legittime, ma affatto comprovate. Ciò che invece ci assale è un forte impatto con le opere, attraverso le quali si può ricostruire un contesto, un ambiente di cui abbiamo ampia testimonianza storiografica in molte pubblicazioni sulla nascita della famosa Compagnia Olandese delle Indie Orientali, o sui domini coloniali olandesi in territori lontani. Molto lontani dalla morigerata Delft, scossa solo dall’accidentale esplosione di una polveriera che provocò un grande incendio.

Ma pur sempre una città provinciale, dai ritmi pacati, dove uomini, donne e bambini vivevano nella loro appagante dimensione, incontrandosi nelle vie, nei cortili con i muri scrostati, o facendo musica in un interno arredato con gusto. Jan Vermeer ha saputo darci un’idea compiuta, tangibile, di quel clima morale. La sua interpretazione della realtà, come quella dei pittori della scuola di Delft, risente della necessità degli artisti del tempo di volgere lo sguardo non solo al trascendente, ma all’esistenza consumata con ritmi ordinari e ripetitivi. Metro opportuno per misurare, in ogni epoca, il grado di prosperità sociale




(A sx: Jan Vermeer,
Veduta di Delft olio su tela, 1660-61 L'Aja, Mauritshuis a dx: Jan Vermeer, Strada di Delft olio su tela, 1657-1658 Amsterdam, Rijksmuseum,)