CORONAVIRUS: ADDIO A SEPULVEDA, LO SCRITTORE CHE VISSE INTENSAMENTE Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Venerdì 17 Aprile 2020 00:00

Una delle sue quotes più famose diceva: “Quando vivi intensamente, capisci presto che la cosa più facile, più normale, è il fallimento. Però solo dai fallimenti ricavi una lezione. La nostra generazione è segnata dai fallimenti. Eppure si potrebbe dire che procede di sconfitta in sconfitta fino alla vittoria finale”. Luis Sepulveda se ne è andato il 16 aprile, a 70 anni, al termine di una vita vissuta intensamente e fatta di qualche sconfitta, pochi fallimenti e tante lezioni, date e prese: l’ultima sconfitta l’ha subita dal coronavirus, che dello scrittore cileno, giornalista, attivista per l’ambiente e i diritti umani ha fatto forse la prima vittima davvero illustre di questa tremenda pandemia. Lo conoscevano tutti, Sepulveda, non solo in Cile dove era un mito per la sua penna, ma anche per l’avversione alla dittatura di Augusto Pinochet culminata con il carcere (una sconfitta poi fortunatamente ribaltata) e che ebbe modo di rielaborare nella ‘Frontiera scomparsa’. Lo conoscevano non solo nel resto del subcontinente americano, che girò in lungo e in largo per studiarlo e per scriverne (Patagonia Express, appunti dal Sud del mondo) fino a unirsi alle Brigate Internazionali Simon Bolivar che stavano combattendo in Nicaragua nel 1978. Ma lo conoscevano anche in Europa, doveva ha vissuto per molti anni tra Germania e Francia e dove alla fine è morto, in Spagna, a Oviedo, dopo aver contratto il virus. E lo conoscevano anche i bambini di tutto il mondo, per la sua capacità di parlar loro con favole tanto semplici quanto significative, come quella della Gabbianella e il gatto che le insegnò a volare, ma anche del gatto e del topo che divenne suo amico, e del cane che insegnò a un bambino la fedeltà. Non era realismo magico il suo, il genere tanto amato dai principali autori latinoamericani degli scorsi decenni, ma capacità di passare da un genere all’altro, dalla favola per bambini all’impegno politico affrontato con pieno e lucido realismo. Un realismo sempre pienamente piantato in una natura amata ma mai idealizzata, per il quale ha combattuto davvero: “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” era dedicato al sindacalista dell’Amazzonia Chico Mendes, e fu il frutto di sette mesi trascorsi con gli indios nella foresta, “il mondo alla fine del mondo” catapulta l’associazione ambientalista Greenpeace, di cui poi fu coordinatore, direttamente all’interno di un romanzo-inchiesta sulla caccia alle balene, un tema che ritorna in forma diversa anche nel suo ultimo lavoro, “Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa”, l’ennesima favola in cui il bambino trae insegnamento non dall’uomo, ma dall’animale. Dello stesso anno, il 2018, è anche un libro conversazione con Roberto Petrini di Slow Food e l’ex presidente uruguayano Pepe Mujica: si chiamava “Vivere per qualcosa”, parlava di sviluppo sostenibile e attenzione all’ambiente, forse quei due stessi elementi la cui mancanza ha portato alla diffusione del virus che ha stroncato lui come un’altra centinaia di migliaia di vite: Luis Sepulveda, però, in questi 70 anni ha vissuto per molte cose.