Camillo Olivetti e l’impresa etica Stampa
Scritto da Francesca Motta   
Martedì 17 Luglio 2012 00:00

Camillo-OlivettiC’era una volta un luogo in cui pittori e poeti dirigevano un’azienda, dove Le Corbusier disegnava le case degli operai, dove il lavoro era stato organizzato per non essere alienante. Quel luogo era Ivrea e quella fabbrica si chiamava Olivetti. Che era poi il cognome di Camillo, l’ingegnere che l’aveva fondata nel 1896. Era un edificio in mattoni rossi, alto due piani, poco distante dalla stazione ferroviaria. Uno dei primissimi esempi di edifici industriali in cemento armato costruiti in Italia. Sede della Ditta "Ing. Olivetti e C. prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere". Camillo Olivetti era nato a Ivrea il 13 agosto 1868 in una famiglia della borghesia ebraica: il padre, commerciante di tessuti e proprietario terriero, era morto poco dopo la nascita del figlio che la madre, Elvira Sacerdoti, discendente di una famiglia di banchieri, avviò agli studi in un collegio di Milano.

Concluso il liceo, Camillo si era iscritto all’Università di Torino dove aveva frequentato i corsi di Elettrotecnica tenuti dal fisico Galileo Ferraris. Nel 1892, subito dopo essersi laureato in Ingegneria industriale, si era trasferito a Londra e aveva lavorato per circa un anno come operaio per sperimentare il lavoro in fabbrica e perfezionare l’inglese. Rientrato in Italia, aveva accettato di accompagnare Ferraris al Congresso internazionale di Elettrotecnica, organizzato nell’ambito dell’Esposizione universale di Chicago del 1893. Terminati i lavori del congresso, Olivetti aveva continua da solo il viaggio americano e si era trasferito in California, a Palo Alto, dove era diventato assistente nel corso di Electrical Engineering (Ingegneria elettrica) della Stanford University. Un “cervello in fuga”, come si direbbe oggi, ma con tanta voglia di tornare a casa per mettere a frutto le molte cose imparate negli States. Ed ecco dunque la fabbrica in mattoni rossi. Camillo Olivetti sceglie personalmente gli operai uno a uno: quasi tutti sono contadini, ma lui li istruisce con un corso elementare di elettricità che tiene a casa sua. Eclettico e geniale, talvolta autoritario ma pieno di intelligenza e slanci imprevedibili, sempre attento ai problemi sociali e del lavoro, Olivetti non nasconde le sue simpatie per gli ideali socialisti e "non tralascia alcun mezzo per insinuare le sue idee nella classe operaia", come si legge in una scheda intestata a suo nome presso il Commissariato di Ivrea. Nel 1899 sposa Luisa Revel, figlia del pastore valdese di Ivrea. Dal matrimonio nasceranno sei figli: Elena, Adriano, Massimo, Laura, Silvia e Dino. A cavallo tra i due secoli Olivetti crea a Milano una piccola azienda dal nome curioso: C.G.S. - Centimetro, Grammo, Secondo. Ma poi ne lascia la gestione ad altri e nel 1907 rientra a Ivrea. L’idea è quella di progettare e produrre macchine per scrivere, oggetti quasi sconosciuti in Italia, ma che lui aveva avuto modo di conoscere e apprezzare nel suo soggiorno americano. Alla fine del 1908, finalmente, il primo modello, la M1, è pronto e viene presentato all'esposizione universale di Torino del 1911. Inizia così la grande avventura dell’Olivetti. Inizialmente Camillo si occupa personalmente della rete di vendita e dei principali clienti, poi si concentra in un’ intensa attività di progettazione e produzione. Nascono così i nuovi modelli di macchine per scrivere, i primi mobili per ufficio, le prime telescriventi e macchine da calcolo, il "trapano sensitivo” e poi fresatrici, rettificatrici e altre macchine speciali. La piccola officina diventa una grande azienda. Nel corso degli anni '30 Camillo Olivetti cede al figlio Adriano sempre maggiori responsabilità e nel 1938 lascia la presidenza della Società, tenendo per sé il compito di migliorare i servizi sociali destinati ai dipendenti. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 deve abbandonare la propria casa di Ivrea e rifugiarsi nel biellese. Il 4 dicembre muore all'ospedale di Biella, dove viene sepolto nel cimitero ebraico. In eredità lascia un’azienda con quasi 5 mila dipendenti, molti straordinari oggetti e una convinzione: “l'impresa chiede molto alle persone e molto, perciò, alle persone deve restituire”.