Il piccolo grande Joe : A cento anni dalla morte di Joe Petrosino Stampa
Scritto da Giuseppe Muscardini   
Venerdì 08 Maggio 2009 00:00
1.jpgNel settembre del 2006 uno sceneggiato televisivo in due puntate diretto da Alfredo Peyretti, riconvocò sul piccolo schermo le coraggiose gesta di Joe Petrosino, interpretato per l’occasione da Beppe Fiorello. Gli eventi, i fatti e l’articolata successione dei principali riscontri riportati dall’eroe dell’antimafia, spiegano le ragioni del progressivo interesse dei politici dell’epoca, italiani e statunitensi, verso questo piccolo uomo del nostro Sud, inflessibile verso i criminali, amante della divisa ma anche dell’eleganza, come dimostrano le foto dell’epoca che lo ritraggono con ampio cappello bianco.
  1. (Foto 1: Ritratto fotografico di Joe Petrosino)

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Entro il 2009 si auspica una riproposta televisiva dello stesso sceneggiato, utile a rievocare la figura del celebre poliziotto italo-americano che cento anni fa, il 12 marzo 1909, fu  raggiunto a Palermo da tre colpi di pistola esplosi dai sicari della Mano Nero. La criminale associazione mafiosa, che svolgeva i suoi traffici illeciti negli Stati Uniti e in Sicilia, decise di mettere fine all’esistenza di un uomo le cui imprese erano diventate leggendarie negli ambienti della Polizia newyorkese per i molti successi riportati nella lotta alla delinquenza. Nato a Padula nel salernitano il 30 agosto 1860, Giuseppe Petrosino era emigrato con la famiglia a New York all’età di tredici anni, trovando lavoro dapprima come strillone, poi come lucidatore di scarpe e dal 1877 come spazzino comunale. Dotato di intuito e viva intelligenza, aveva appreso con facilità la lingua inglese nelle scuole serali di New York e nel 1883 era entrato nella Polizia, nonostante il metro e sessanta di statura. Ma all’epoca il problema della statura di un aspirante poliziotto era secondario rispetto al bisogno di introdurre nel Corpo della Polizia newyorkese elementi utili nella lotta alla criminalità. A Little Italy  si stava consolidando il potere della delinquenza organizzata, favorito dall’eccessivo flusso migratorio di italiani verso gli Stati Uniti: disporre di un uomo giovane, basso ma ben piantato, che parlava la lingua dei criminali e nel contempo l’inglese, avrebbe certamente giovato alla Polizia di New York, il cui assessore era all’epoca Theodore Roosvelt, futuro Presidente degli Stati Uniti. Fu grazie alla personale stima di Roosvelt che Joe Petrosino ottenne la promozione a detective, con il compito di investigare sulla malavita di Little Italy. Nell’onorare il nuovo incarico, diede prova di essere ben consapevole che la repressione brutale non era sufficiente ad estirpare il crimine, ma che occorreva agire anche a livello di istituzioni, promuovendo istruzione e cultura per limitare l’estendersi del degrado e della miseria nei quartieri malfamati, prime cause del proliferare di attività illecite tra gli immigrati. Fu quello il periodo in cui Petrosino raggiunse anche la convinzione che la Mafia newyorkese avesse radici siciliane. Nel 1903 aveva risolto il caso del cosiddetto delitto del barile, e nel 1905, era stato posto a capo dell’Italian Brunch, una squadra di polizia composta da soli italiani e creata allo scopo di avviare una caccia risoluta ai membri della Mano Nera. Una missione in Sicilia avrebbe potuto favorire le indagini e fare luce sull’ormai palese legame esistente fra la delinquenza locale e quella d’oltreoceano. L’occasione consentiva a Petrosino di ritornare a Padula e di fermarsi per qualche giorno nella casa della famiglia d’origine, ma non prima di aver risposto ad una chiamata altamente onorifica: convocato dall’allora Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, ricevette un orologio d’oro come premio di riconoscenza dello Stato Italiano per l’opera svolta in favore della sicurezza dei cittadini.

   La determinazione di voler stroncare la vita al poliziotto italo-americano, maturò negli ambienti del racket dopo il 1905. Facendolo uccidere a Palermo nei giardini Garibaldi di Piazza Marina, la Mafia metteva fine all’impegno morale di un uomo intransigente che aveva fatto del proprio mestiere una missione, nell’intenzione di sfatare il luogo comune, diffusosi agli inizi del secolo scorso, secondo cui italiano era sinonimo di mafioso. Imponenti funerali, con la partecipazione di duecentocinquantamila persone, si svolsero a New York in onore del poliziotto italiano che, naturalizzato statunitense, in venticinque anni di scrupoloso servizio aveva arrecato molto danno alla criminalità.



( Foto da sx  2.Ritratto fotografico di Joe Petrosino 3.Beppe Fiorello nei panni di Joe Petrosino; Scena tratta dall’omonimo sceneggiato televisivo diretto da Alfredo Peyretti e trasmesso su Rai1 nel settembre 2006.   4. Padula (Salerno), casa natale di Giuseppe Petrosino)