Il suono nato dal vuoto Stampa
Scritto da Marco Diorio   
Giovedì 18 Giugno 2009 00:00
india spirituale 1.jpgNella concezione induista, il suono è considerato la fonte da cui tutto è nato. È il seme della creazione e la manifestazione ancestrale dello Spirito trasformatosi in materia proprio attraverso le vibrazioni sonore. OM è il suono primordiale. È il mantra che rappresenta il Tutto e l’origine di Tutto. In realtà, molte culture, non solo quella indiana, considerano il suono quell’elemento che ha dato avvio alla nascita dell’Universo.    Infatti, come ha messo ben in evidenza il musicologo Marius Schneider nel libro La musica primitiva: ”Tutte le volte che la genesi del mondo è descritta con sufficiente precisione, un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione.[…] L’abisso primordiale, la bocca spalancata,la caverna che canta, il singing o supernatural ground degli Eschimesi, la fessura nella roccia delle Upanishad o il Tao degli antichi Cinesi da cui il mondo emana “come un albero”,sono immagini dello spazio vuoto o del non essere, da cui spira il soffio appena percettibile del creatore. Questo suono, nato dal vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare il Nulla e, propagandosi, crea lo spazio”.Una delle scienze più antiche che utilizza le vibrazioni sonore al fine di giungere alla conoscenza e alla realizzazione del Sé è il Nada Yoga, dottrina del suono interiore documentata già nelle Upanishad - scritte fra il XIV e XV secolo - ancora oggi insegnata in molte scuole hindu.  Il mantra ha questo nome perché raggiunge i suoi scopi per mezzo di un processo mentale. In sanscrito, man significa anima, pensiero, ma anche uomo, come unico essere capace di pensare; tra vuol dire strumento, ma anche liberazione (dalla schiavitù del mondo fenomenico). La combinazione di lettere, fonemi o parole avrebbe il potere di rivelare la divinità alla coscienza dell’aspirante che l’ha evocata. Ripetuto in continuazione acquista un potere e un’efficacia crescenti. I mantra sono sostanzialmente forti autosuggestioni che, dette e ridette continuamente, cominciano ad agire nel subcosciente senza il minimo impiego di sforzi consci. In questo caso, la mente conscia ipnotizza il subcosciente con le sue ripetizioni continue e crea così un’abitudine mentale, che perdura a lungo, anche dopo che l’esercizio è terminato. Nel pensiero indiano la conoscenza ha lo scopo di avviare l’individuo alla liberazione.La preghiera, linguaggio dell’uomo nei rapporti con i piani superiori dell’esistenza, è un momento essenziale del pensiero indiano, che ha arricchito l’orazione con un’originale pratica del suono (mantra-yoga), dottrina mistica d’enorme importanza, giudicata in India di grande forza spirituale e di potere magico. Oggi, in Occidente, è però difficile comprendere i significati esoterici della simbologia indiana. Qui e in Oriente gli archetipi sono sì uguali, ma appaiono diversi i modi di presentarli, anche attraverso i miti e le leggende, così come sono differenti le maniere di esprimere i sentimenti, pronunciare le parole. Gli stessi indiani contemporanei hanno notevoli difficoltà nello studio del sanscrito (la tradizione vuole che, per imparare questa lingua, nell’antichità si impiegassero non meno di dodici anni) e la pronuncia rimane imperfetta: a distanza di millenni non è possibile ripetere che con molta approssimazione i suoni, l’impostazione e la cadenza della “lingua delle lingue”. È impossibile risalire agli albori di queste pratiche, perché nella storia indiana non si parla mai di date. L’epoca in cui la cronaca è scritta è giudicata dai contemporanei la più importante dell’intera Storia. Yoga e dintorniI mantra sono uno dei modi preferiti dallo yoga per controllare la mente. Spesso vengono usati singoli fonemi o brevi parole di due, tre, quattro sillabe, e solo di rado intere frasi, perché l’inconscio risponde solo all’estrema semplicità. Il suono di ogni lettera provoca una vibrazione differente: questo significa che vengono fatte vibrare diverse zone cerebrali, così da provocare stimoli psicofisici differenti. La pratica del mantra-yoga è raccomandata per la conquista del distacco e dell’impassibilità yoga. Sono mantra formule psicologiche come “Io sono la calma e il distacco” o sillabe vibratorie come Aum/Om. Japa significa ripetizione volontaria di un mantra per un certo numero di volte, per minuti o ore al giorno. La costante ripetizione di una formula psicologica genera un’autosuggestione sempre più intensa, sino a realizzarne il significato; la ripetizione di una sillaba stimola con la vibrazione verbale una o più parti del corpo fisico e sottile, per il conseguimento dei poteri sovrumani e d’illuminazione. Si acquisterà calma interiore, serenità, distacco, assenza di timore, purificazione e controllo della mente, realizzazione del significato del mantra, facilità all’introspezione, sprazzi d’illuminazione, estasi mistica. Il mondo intero canta mantraDa epoche antichissime, anche fuori dall’India, chi sceglieva la vita di perfezione veniva educato alla corretta respirazione, appunto perché dal respiro dipendono: pensiero elevato, buona concentrazione e meditazione sulle cose di Dio. Questa correzione utilizzava il canto, la recitazione con le sue pause e le riprese ben calcolate del respiro. Trasmesso per via orale, spesso segretamente, il mantra ha influenzato molte religioni. Si può sempre far riferimento al concetto di preghiera, in cui ci sono momenti spirituali affini o uguali a varie religioni o pratiche mistiche. Il confronto mette in risalto l’influenza del mantra indiano. Tra i musulmani, la dottrina mistica Dhikr, o Sufismo, sorta nel XV secolo, prevede tecniche di meditazione, canto, concentrazione e annullamento mentale che immergono il praticante nella realtà atemporale. Fra i cristiani cattolici, fino a qualche anno fa la liturgia in latino aveva tecniche e cadenze che potremmo definire mantriche. La lunga salmodia di Pater, Ave e Gloria poteva portare il fedele a stati mentali superiori. Sul versante laico, negli ultimi tre-quattro secoli si è assistito a un’evoluzione della musica e del canto, dove il significato primordiale del mantra è andato perdendosi, ma si è acquisita la consapevolezza che la musica è sì descrizione di stati d’animo, ma anche creatrice di sentimenti, perché è in grado di raggiungere, come forse nessun’altra arte, le origini del pensiero. Né si deve dimenticare il valore dei canti tribali, usati soprattutto come elemento propiziatorio, atteggiamento primordiale dell’uomo primitivo nei rapporti con la natura, atto ad ingraziarsi le potenze favorevoli e neutralizzare quelle contrarie. Libera la menteCantare il mantra mi ha portato oltre una linea di confine e in un territorio che la mia mente ha caratterizzato mediante immagini e a volte tramite ricordi molto vecchi, che spesso portavano a potenti emozioni e a sentimenti intensi. Il mio canto si concludeva però sempre con un profondo senso di pace e di benessere, credo perché lo dirigevo intenzionalmente verso un’immagine del Divino, al fine di risvegliare la parte devota e intuitiva del mio essere: il regno dei sentimenti più elevati e della maggiore sensibilità. Di per sé, il solo intelletto non può fornire una simile esperienza. Ho anche scoperto che l’intento della pratica del mantra è quello di entrare in comunione con il Divino e che la sua durata non è importante quanto la sincerità dello sforzo compiuto. In altre parole, ciò che conta effettivamente è se posso focalizzare tutta la mia attenzione, concentrazione e disponibilità nel canto anche per pochi minuti appena, e se posso invocare una dose di umiltà sufficiente a contrastare l’orgoglio intellettuale trasformando la pratica in un’offerta. Ho scoperto che ero in grado di ascoltare con concentrazione il suono creato dalla mia voce e dal mio respiro e che ascoltare calmava la mia mente irrequieta, dandomi modo di arrivare al cuore del mantra. Indirizzando la mia volontà all’ascolto, ho sperimentato un frammento dell’essenza del mantra e sono riuscito ad instaurare con la stessa un rapporto privo di paura. Il mantra ha finito per diventare sempre più una parte integrante della mia vita, cioè una pratica di igiene spirituale - e non soltanto un qualcosa di aggiuntivo che devo fare. Come parte della mia struttura di pensiero, esso è diventato una forza autorigenerante, un riflesso automatico che sposta la mia mente sul mantra nei momenti di bisogno, negli attimi di tranquillità o quando sto lavorando.