«Il tempo è il mio mulino da combattere». Cesare Picco: pianista Stampa
Scritto da Luca D'Alessandro   
Lunedì 22 Giugno 2009 00:00
Da più di vent'anni il pianista di Vercelli, Cesare Picco, percorre diversi generi musicali. Si definisce uno sperimentatore tra il jazz, il classico e l'elettronico. Ascoltando la sua discografia, infatti, ci si accorge che Picco non è un musicista tradizionalista: il suo orientamento per il nuovo, per ciò che fino ad oggi non si è ancora riusciti a scoprire, lo motiva a superare barriere stilistiche. Il suo ultimo album, Il tempo di un giorno, lo dimostra. In collaborazione con il 'sound designer' giapponese, Taketo Gohara, Picco propone un'opera, che fa da trait d’union tra il classico e l'elettronico. Il suono del pianoforte si contrappone a suoni urbani; elementi fonici che fanno parte della nostra vita quotidiana.Sonorità mai ascoltate, quelle di Cesare Picco. Una musica che in Italia viene presa sempre più in considerazione. La risonanza in Giappone, comunque, supera nettamente quella della penisola. È per questo che Picco, accompagnato da Taketo Gohara, sta tenendo una serie di concerti in Giappone per favorire le vendite del proprio disco.
   Cesare Picco, il tuo disco 'Il tempo di un giorno' è in vendita da qualche mese. Sei contento?
Sì, la pubblicazione del proprio disco è paragonabile alla nascita di un figlio. In ogni disco ci metti amore, passione e spirito; è una cosa molto personale. 
Confrontandolo con i tuoi album precedenti, ad esempio 'My Room – Groovin Piano' del 2005, 'Il tempo di un giorno' è molto malinconico.
Chi segue il mio cammino artistico, si sarà accorto che da My Room in poi ho svolto una metamorfosi. Malinconico è il termine giusto, nel senso che l'unione del mio modo di suonare il pianoforte e l'uso in tempo reale dei suoni elettronici di Taketo Gohara ha un forte impatto emotivo. Il piano solo è un territorio sconfinato in cui mi ci trovo da sempre. L'unione con questi suoni elettronici mi fa sondare territori che il più delle volte sono dolci e introspettivi. 
Come mai?
Questa forma di improvvisazione al pianoforte e quella elettronica è unica al mondo. Con Taketo Gohara mi rendo conto, che in ogni concerto creiamo qualcosa di diverso. Dai nostri suoni esce un terzo suono, che non è mai uguale. 
Il terzo suono è quindi uno migliore?
Migliore non lo so. Di sicuro ha una lingua – o meglio – una fonetica diversa. L'incrocio tra l'oriente, cioè tra l'arcipelago giapponese rappresentato da Taketo, e le isole del Mediterraneo, che rappresento io con la mia musica, fa nascere per immagini una terza isola. La nostra musica ha diversi livelli di lettura: il primo è quello delle armonie e la musica. Un brano mi può piacere o no. Il secondo livello invece può essere più profondo, con tanti riferimenti. Il tempo di un giorno dimostra il mio modo di pensare e il mio modo di essere in un giorno. M'immagino Milano in un giorno d'agosto. Le vie sono deserte, poche automobili circolano. Una tranquillità che racchiude vari riferimenti; legami che in quel momento riesco a fare solo io. In questa quiete arrivo a sentire Brahms, Jarrett e Sakamoto. È chiaro, però, che queste cose le avverto solo io in quell'istante, qualcun altro scoprirà tutt'altra cosa. I riferimenti sono personali. 
'Il tempo di un giorno' ha una similitudine con la classica tragedia aristotelica, cioè l'unità di tempo, luogo e azione.

Si, più o meno ha a che fare con quel principio. Il tempo è una metafora, una parola che da sempre mi ha affascinato. Giorno per giorno sto indagando sul mio concetto di tempo. A questo proposito mi viene in mente una frase di Shakespeare. Egli sosteneva che il tempo è vissuto in maniera diversa da tutte le persone attraverso ritmi diversi. Come musicista mi piace l'accostamento di tempo e ritmo. Ricerco il tempo in una nota: con il tocco giusto, riesco a sentire una vita intera. Il tempo, lo vivo come i mulini di Don Chisciotte. Sono sempre alla ricerca di mulini da combattere. Il tempo non mi basta mai. Eppure, in un secondo riesco a condensare una vita. Un paradosso.
 
Un mulino ha bisogno di buon vento per girare. Dove raccogli le tue idee?
M'ispiro nei viaggi. Ho bisogno di questo mio modo di non stare fermo, per ricercare nuovi mulini a vento. Il viaggio inteso non solo in senso fisico, ma anche in quello mentale. Letture di libri, stimoli grafici, dipinti e mostre. Questi sono gli elementi che alimentano i miei mulini. 
Il tuo album si orienta al Giappone. Da dove viene questo interesse?
Ci sono due livelli anche qui: uno è quello commerciale. In questi anni di crisi discografica globale, il Giappone rimane uno dei pochissimi paesi, dove il mercato funziona. Anche lì, però, con una curva in negativo; ciononostante, il mercato è intatto. In Giappone vendo molto più dischi che in Europa. Il secondo livello è il vivo interesse da parte dei giapponesi per la mia musica. Dialogando con loro posso fare nuove scoperte. 

Si tratta quindi di una terra incognita per un artista?

Non direi. Il Giappone lo frequento da quasi tre anni. Prima lo conoscevo pochissimo. Sono subito entrato in sintonia con questo popolo molto mediterraneo. Non ci si aspetta questo, ma i giapponesi sono molto caldi. È un popolo che ha una civiltà che noi in Italia purtroppo abbiamo perso. Il modo di essere naturale mi fa amare questa cultura. L'altra cosa è, che io lì non sono considerato un pianista italiano, ma un pianista, e di questo sono molto fiero. Non sono visto come un trasportatore di quell'italianità stereotipata conosciuta in tutto il mondo, ma come un musicista.
 
Nella documentazione del tuo album si parla del binomio pianoforte – macchina. Spiega un po' meglio
.

Si tratta del desiderio utopistico di umanizzare la macchina e nello stesso tempo di elettrificare il pianoforte. Il suono del mio pianoforte, quando viene trattato con elementi elettronici da parte di Taketo Gohara, subisce variazioni acustiche che mi portano a creare delle cose nuove in quel momento. È come se avessi il pennello in mano e stessi per intingere nei colori della tavolozza, e come per magia quei colori prendessero nuove sfumature. È un principio straordinario. Umanizzare l'elettronica, invece, significa che non c'è niente di pre-programmato. Le sequenze sono improvvisate. In questo penso di avere in me la lezione del jazz: due persone che improvvisano su un'idea comune.
 
All'elettronica si tenta ad attribuire la complessità, mentre la tua musica vive di semplicità.

Della semplicità ho un'altissima considerazione. Se la semplicità è costruita ad arte e vissuta ad arte, mettendoci dentro architettura, cultura e conoscenza delle proprie cose, ha una profondità enorme. La mia ricerca, che affronto da anni e che non avrà mai fine, è proprio quello di essere profondo nella semplicità.
 
Dove ti porterà il futuro?
Grazie al mio lavoro ho creato un forte legame con il Giappone. Forse mi sposterò lì, ma al momento non lo so.  


Un pianista richiesto
Cesare Picco ha collaborato con artisti di fama nazionale e internazionale quali l’étoile Luciana Savignano, il violoncellista e Giovanni Sollima, i pianisti Antonio Ballista e Carlo Boccadoro, e sotto altre forme con artisti quali Yukimi Nagano, Luciano Ligabue, Samuele Bersani e Andrea Bocelli.Per il teatro partecipa da diversi anni a progetti con Gioele Dix, Sergio Fantoni e Ottavia Piccolo, scrivendo le musiche di scena per molti spettacoli. In veste di pianista solista, o con le sue diverse formazioni, è stato chiamato in questi anni ad aprire i concerti di Michael Bublé, Terence Blanchard, Al Jarreau e Simply Red.Diverse pubblicazioni discografiche sono distribuite in tutto il mondo con successo di critica e vendite: nel 2005 My Room – Groovin Piano, nel 2007 Light Line e Bach to me progetto ispirato a Johann Sebastian Bach eseguito con la Camerata di Berlino. Il suo ultimo disco Il tempo di un giorno è stato realizzato in collaborazione con il 'sound designer' giapponese Taketo Gohara ed è in vendita da novembre 2008.Per info: www.cesarepicco.com