Dalla parte del candore e della bontà Stampa
Scritto da Giuseppe Muscardini   
Martedì 23 Giugno 2009 00:00
 ms1.jpgTraccia-guida della conferenza Note sulla bontà. Violenza e rassegnazione nella società contemporanea, tenuta da Giuseppe Muscardini il 4 giugno 2009 presso il Centro Socio-Culturale Italiano di San Gallo. La conferenza è stata promossa dall’Institut auf dem Rosenberg di San Gallo in collaborazione con la Società “Dante Alighieri” e Comites. (foto: J. ROUSSEAU, Discours sur l’origine et les fondamens de l’inegalite’ parmi les hommes, Amsterdam, Chez Marc Michel Rey, MDCCLV, antiporta e frontespizio)
ms2.jpgPer iniziare in maniera attendibile una riflessione sulla bontà e sulle valenze etiche che il termine evoca nella nostra società, torna utile qui intraprendere l’analisi degli atteggiamenti con cui noi siamo soliti accostarci ad una categoria dello spirito ritenuta prerogativa tanto della spontaneità come del raziocinio. La bontà o la si dà per scontata, o si ritiene giusto alimentarla solo in certi periodi dell’anno, a Natale o secondo un calendario prestabilito. La bontà è vista come un muscolo, un quadricipite da tonificare ogni tanto con lo step o il footing, nell’agostiniana convinzione secondo cui nisi exerceatur minuitur, se non la eserciti diminuisce. Oppure è vista con sospetto, con diffidenza, perché agli occhi dei contemporanei il buonismo e il buonista nascondono sempre qualche inganno o qualche raggiro. All’origine di questa diffusa concezione secondo cui il buonismo è sospetto, non c’è solo il Naturalismo francese, Hugo, Flaubert, Maupassant e Zola, che sul piano letterario hanno tolto candore all’uomo privilegiando l’analisi dei suoi istinti e dei suoi difetti. Non c’è solo Madame Bovary con il suo arsenico, o Georges Duroy, alias Bel-Ami che non lesina sgambetti al prossimo, adulteri e altre diavolerie pur di raggiungere i diversi stadi della sua progressiva scalata sociale. Ma prima ancora c’è Niccolò Machiavelli, che nel capitolo XV del Principe scrive e teorizza: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene ruini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità. Tutto questo collide con l’idea di Rousseau, secondo cui la bontà è originata dalla compassione (compassio): nel Discorso sull’ineguaglianza del 1753 sostiene che gli uomini primitivi erano dominati dall'impulso di autoconservazione - o amore di sé - e da una disposizione naturale alla compassione e alla pietà verso i simili. Ma quando l'umanità fu costretta a vivere in comunità, l’individuo subì una trasformazione psicologica, in seguito alla quale cominciò a considerare la buona opinione degli altri come valore fondamentale. E la buona opinione degli altri oggi vuole che il buonista sia circonfuso di illusori convincimenti, di idealismi, di candore. (Foto: Tema scolastico della bambina di Ca’ Tron).    È su questo dibattuto sentimento del candore inteso come slittamento semantico della bontà, che dobbiamo fissare l’attenzione. Candida era anche una bambina veneta di otto anni che nel 1954 descrisse in un compito scolastico un fatto curioso. La bambina viveva a Ca’ Tron, una piccola frazione agricola di Roncade nella campagna di Treviso. Era la più piccola di tre sorelle, di cui una era sposata. Una domenica la famiglia intera, composta da madre, padre e le tre figlie, si recò al Santuario di Monte Berico per chiedere una grazia alla Madonna. La bambina annotò: Siamo andati al Santuario della Madonna di Monteberico a chiedere la grazia per mia sorella, che è sposata da cinque anni e non ha ancora bambini. Abbiamo pregato, abbiamo mangiato e siamo tornati a casa. E candidamente concluse il suo tema con queste parole: O abbiamo pregato male, o non ci siamo capiti con la Madonna, fatto sta che è rimasta incinta l’altra sorella, che non è neppure sposata.    Questo episodio della Madonna strabica, o comunque distratta, che non è in grado di capire da dove proviene la richiesta, e quando concede la grazia sbaglia clamorosamente, ci fa riflettere sul modo di sentire di un’epoca e di un luogo in cui la cultura rurale la faceva da padrona. Quella bambina, attenta e perspicua, nella più assoluta mancanza di riferimenti culturali ha compiuto un’operazione intellettuale importante: ha depauperato la Madre di Cristo della sfera della sua sacralità, rendendola più umana, più terrena.  

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Oggi noi dovremmo emulare quella bambina, ispirarci alla stessa metodologia istintiva ed empirica. Bisogna rifarsi all’angolazione critica che muove dall’innocenza e dal candore, per mettere in evidenza le contraddizioni e gli strabismi delle opinioni di chi, con eccessiva sicurezza, dibatte su temi etici. Perché non è detto che quando siamo in presenza di riferimenti culturali vi sia necessariamente buon senso. Al contrario. Spesso proprio in presenza di riferimenti culturali gli strabismi si accentuano e si radicano. Converrebbe allora per una volta abbandonare le idee preconcette e interrogarsi con più sereno animo ed obiettività storica sui quesiti irrisolti. Dalla semplicità, dal minimalismo, deriva l’importanza della cultura di pace e della fraterna disposizione d’animo verso il prossimo; disposizione che in certe epoche diviene presidio contro la barbarie, contro l’impoverimento dello spirito individuale e sociale. (Foto: Strada assolata di Ca’ Tron di Roncade, provincia di Treviso)