L’Aquila, città fondata dai suoi futuri abitanti - parte prima - Stampa
Scritto da Marcello Vittorini   
Giovedì 09 Luglio 2009 00:00
Active ImageL'Aquila è la città del “novantanove”. Novantanove rintocchi, ogni sera, dalla campana della Torre di Palazzo. Le canzoni che parlano di 99 case, 99 piazze, 99 chiese, 99 cannelle. Una città dalla toponomastica affascinante che ricordava paesi tuttora esistenti e paesi ormai scomparsi. Qui sono nato – 82 anni orsono - e qui sono sempre tornato dalle mie continue peregrinazioni.  Qui ho vissuto negli anni belli dell'infanzia e della giovinezza, nei quali il tempo è riempito da scoperte sempre più ricche ed affascinanti, che lo dilatano a dismisura e che, nel mio caso, hanno avuto per oggetto soprattutto la città ed il luogo in cui essa è collocata. L'Aquila, allora, era per me una città meravigliosa. Una città fatta di piazze più che di strade, di palazzi e di chiese più che di case, all'interno di una cinta murata ancora pressoché integra. Una città affacciata su una conca amplissima, dominata da montagne maestose che sembrava di poter toccare, soprattutto nella luce rosata del tramonto. Ed essa era per me anche città misteriosa, nelle strade e nei "vicoli" che costituiscono il suo tessuto compatto, nei cortili raffinati dei suoi palazzi, nella sapiente distribuzione delle attività e delle funzioni che, al tempo della mia infanzia, ancora manteneva i suoi caratteri originari.Indubbiamente le peregrinazioni infinite, nella città e poi nei paesi circostanti, ad ogni ora del giorno e della notte, alla continua scoperta - e riscoperta - di piazzette, "chiassetti", "sdruccioli", fontane, decorazioni scultoree e pittoriche che riemergevano con prepotenza dalle successive "passate" di tinta e di intonaco, hanno determinato la scelta fondamentale della mia vita: quella di occuparmi della città e del territorio, intesi non come semplici "fatti fisici", ma come sede delle comunità, delle loro relazioni sociali, della loro storia, della loro capacità di autogoverno. Partendo da queste curiosità ho assimilato, negli anni, la straordinaria vicenda dell’Aquila, della sua fondazione e della sua ricostruzione, mantenendo lo stesso carattere, dopo le cicliche e ripetute distruzioni per guerre e per terremoti. La fondazione era allora per lo più attribuita ad una "decisione esterna" - papale o imperiale - alla quale le popolazioni locali si sarebbero dovute necessariamente piegare. La realtà è più semplice e, nello stesso tempo, di gran lunga più affascinante: L'Aquila fu fondata dai suoi futuri cittadini, cioè dagli abitanti di un centinaio di paesi circostanti che formavano il “Comitatus Aquilanus”. Di qui il ricorrente "novantanove". L'ampia conca solcata dall'Aterno, delimitata dalle pendici del Gran Sasso e del Velino-Sirente, al centro della quale sorge L'Aquila, è stata percorsa fin dai tempi antichissimi da raccoglitori e cacciatori, i quali seguivano le valli incassate che prolungano la conca fino alla montagna ed allo spartiacque del Velino ad Ovest e del Vomano a Nord. In epoca pre-romana, nella conca si insediano Sabini e Vestini, separati da uno stretto ed allungato colle, sulla sommità pianeggiante del quale, molti secoli dopo, sarà costruita L'Aquila. Qui certamente c'era un luogo di scambio, di culto, di presidio, nel quale convenivano gli abitanti dei centri distribuiti nella pianura e sulle pendici montane. Nel periodo romano, il sistema insediativo si consolida e registra un deciso sviluppo economico, con l'apertura  della Via Claudia Nova e con la protezione garantita ai pastori che la percorrono, con le loro greggi. Nasce così la pastorizia transumante, che condizionerà in maniera determinante lo sviluppo della conca. I "castelli" esistenti si consolidano ed altri ne sorgono lungo la nuova strada. Con la caduta dell'Impero romano l'intero sistema - economico ed insediativo - entra in crisi. La pastorizia transumante non è più possibile. La povera agricoltura di montagna non basta ad assicurare la sopravvivenza. I castelli e i casali si spopolano.  Solo dopo molti secoli i pochi e miseri abitanti della conca cominciano a raccogliersi intorno ai monasteri benedettini dipendenti dalla Abbazia di Farfa e, successivamente, intorno alle pievi. La situazione cambia intorno al 1050, nel momento in cui, con i Normanni, che unificano tutto il Mezzogiorno, diventa possibile la ripresa della pastorizia transumante e quindi la integrazione della povera agricoltura montana con le sterminate risorse dei pascoli montani - utilizzabili solo d'estate - e di quelli delle pianure costiere, soprattutto pugliesi, utilizzabili solo d'inverno. Si innesca così un processo di sviluppo rapidissimo ed imponente. Vengono costruiti nuovi centri abitati, talvolta sul luogo dei preesistenti vici e pagi, si arricchisce il sistema dei collegamenti e si consolidano i percorsi principali della transumanza, i tratturi, che scavalcano fiumi e montagne e che sono punteggiati dai "riposi", cioè dagli spazi in cui, ogni sera, il gregge deve fermarsi e che, in alcuni casi, diventeranno in futuro nuovi centri artigianali e commerciali, di servizio.