LIBRI, I MURI SONO ANCORA META’ DELLA CIRCONFERENZA TERRESTRE Stampa
Scritto da Francesca Rossi   
Sabato 03 Novembre 2018 00:00

Il 9 novembre, si celebrerà il ventinovesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Un evento storico che ha segnato profondamente e positivamente la coscienza di chi era cresciuto durante la Guerra fredda e nella divisione del mondo tra Est e Ovest. Lo storico e “azzardato” annuncio dato in diretta dal ministro della DDR Günter Schabowski fece sì che immediatamente, decine di migliaia di persone di Berlino Est, si riversassero lungo il muro per passare nella zona Ovest, quella “americana”, degli “uomini liberi”. Quell’evento divenne, nella coscienza collettiva, il simbolo della libertà: “Niente più guerre. Niente più muri. Un mondo unito”, fu lo slogan popolare che apparve sul Muro vicino la East Side Gallery e che divenne immediatamente un auspicio mondiale sotto le note di “Wind of change” degli Scorpions, assurta presto a colonna sonora della caduta del muro e delle politiche di apertura. Invece, ben presto, ci si è resi conto che di muri non solo ne sono rimasti diversi, ma che da qualche anno si è ricominciato a costruirne di nuovi, più grandi e più invalicabili. Lo spiega in un libro appena uscito Veronica Arpaia, professoressa della Sapienza di Roma e collaboratrice del blog del Corriere della Sera, che da anni lavora all’Agenzia Spaziale Europea dopo aver trascorso lunghi periodi di studio in diversi paesi all’estero. Si tratta di “Tempo di muri. Un mondo diviso: da Berlino a Trump” (Luni, 2018, 320 pagine, 24,00 euro). Arpaia ricostruisce come i muri che diversi governi occidentali (e non solo) stanno erigendo negli ultimi quindici anni abbiano ormai raggiunta una impressionante cintura chilometrica pari alla metà della circonferenza terrestre. Il suo lavoro parte dal piano legislativo che consente (o no) la costruzione di queste nuove “frontiere” e attinge agli atti del Congresso degli Stati Uniti a partire dal 1973. Con questo materiale l’autrice illumina il sottile filo di impegni finanziari che legano Washington al resto del mondo, gettando nuova luce sugli interessi politici degli USA verso aree geografiche storicamente oggetto di divisioni e ribadendo la convinzione americana del “Manifest destiny”, cioè quel credo secondo il quale gli USA hanno la missione, ovvia, inevitabile e buona, di espandersi nel mondo e diffondere la propria idea di democrazia e libertà. Arpaia dipana il suo ragionamento partendo da quattro casi di muri: quello americano voluto da Trump al confine con il Messico; quello della piccola isola di Cipro, dove i giacimenti di gas sono oggetto di attenzione di grandi capitali israeliani; quello di Belfast, dove è alto il pericolo di ritorno di vecchi conflitti sui quali getta benzina la Brexit; quello della West Bank, all’origine di una violenta contesa giuridica tra la Corte Internazionale di Giustizia e Washington. Tra i tanti muri e fili spinati che si allungano sul Pianeta, questi quattro diventano per l’autrice paradigmatici di come situazioni e conflitti che nell’’89 pensavamo di esserci messi definitivamente alle spalle, aprendo una fase nuova della storia dell’umanità, in effetti sono ancora vivi e rendono difficilissime soluzioni politiche efficaci. Ecco, dunque, che Berlino, con la sua parabola metaforica della Guerra fredda, era e rimane “un caso paradigmatico di vecchie, ma al tempo stesso recenti divisioni tutte da riscoprire”. Un libro, quindi, che ci tiene all’erta spiegandoci che c’è ancora poco da stare allegri.