“LA SOLITUDINE DEL CRITICO” SECONDO IL PROF. FERRONI Stampa
Scritto da Rossella Rizzi   
Martedì 14 Gennaio 2020 00:00

La critica si trova in una condizione critica: no, non è un gioco di parole ma è la sintesi dello stato di attuale marginalità in cui versa la critica letteraria, in un'epoca dominata dall'"angoscia della quantità", nella quale "l’ipertrofia della comunicazione e dell’universo culturale mette in difficoltà ogni tipo di critica, scalza ogni pretesa di controllare il panorama, di interpretarlo e di giudicarlo, secondo quella che è stata l’aspirazione che nei secoli ha guidato le più diverse forme di conoscenza e di coscienza critica: e questo vale anche per l’ambito più parziale della critica letteraria". Per fare il punto della situazione arriva in libreria un saggio dello storico della letteratura, critico letterario e scrittore Giulio Ferroni, pubblicato dalla casa editrice Salerno. “La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere” mette a fuoco problemi e prospettive della critica letteraria, che deve inevitabilmente constatare la sua "perdita di prestigio: sempre minore lo spazio che le tocca nei media, sempre più debole la sua capacità di agire sui nodi capitali della cultura contemporanea e sulle scelte del mercato editoriale, a meno che non si ponga come sua subalterna fiancheggiatrice". C’è stato un tempo, quando l’autore si affacciava sul mondo della letteratura, in cui la critica si nutriva di teoria (prima che si arrivasse a quello che Ferroni definisce il “cimitero delle teorie”) in cui “la stessa letteratura che si veniva facendo era sostenuta da complesse riflessioni di poetica, alimentate in molti casi da un diretto esercizio della critica”. Non è un caso che molti dei maggiori scrittori del secondo Novecento (da Montale a Zanzotto, da Pasolini a Sciascia) siano stati anche dei grandi critici. Le cose cambiano a partire dagli anni settanta, “con un addensarsi di successive e contrastanti contraddizioni, di derive esterne e interne, in un lungo percorso che va dalla politicizzazione postsessantottesca all’attuale dominio dei social media”. “Notizie dalla crisi. Dove va la critica letteraria?” è titolo del libro con cui Cesare Segre lanciava il suo grido d’allarme nel 1993, emblematico come il titolo del successivo pamphlet di Mario Lavagetto, “Eutanasia della critica” (2005). Sia Segre che Lavagetto “tentavano di rispondere alla crisi ribadendo la continuità del proprio impegno critico, come adattando alla nuova situazione le prospettive che sostenevano le loro concezioni della letteratura”, ma “le loro diagnosi – sottolinea Ferroni - pur non trascurando i nuovi dati proposti dall’informatica, non ne consideravano gli effetti sempre più radicali, impostisi attraverso i primi decenni del nuovo millennio, specie con l’avvento dei social media, complicato dalla parallela crisi economica e politica”. Un mestiere in crisi, quello del critico, come lo è anche ad esempio quello del giornalista nell’età della disintermediazione. Come può uscire la critica da questa situazione di stallo? Secondo l’autore ripartendo da se stessa, dalla sua intima natura: “… la critica ha sempre nutrito crisi nel suo seno: in quanto critica, viene costitutivamente a trovarsi in crisi, a interrogare se stessa, a dislocarsi da se stessa, a dubitare dei propri fondamenti e di ogni fondamento considerato indiscutibile. Proprio partendo dal proprio essere in crisi, dall’assedio di questa crisi, può far leva su questa originaria disposizione a mettersi in crisi”.