Intervista con Barbara Bertolini autrice di " E qui almeno posso parlare?" Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Lunedì 30 Gennaio 2012 01:00

Copertina libro E qui, almeno, posso parlare.jpg"E qui almeno, posso parlare?", un libro dove l’autrice Barbara Bertolini, ripercorre un’esperienza buia nella nostra storia di emigrazione in Svizzera. Con testimonianze e storie, la scrittrice racconta di quando i figli degli emigrati italiani a Ginevra dagli anni ’50 ai ’70, con la sua storia vissuta in prima persona,  venivano lasciati negli istituti ex collegiali dell’Istituto religione del Grand-Saconnex, un comune del Cantone di Ginevra, dove per anni i bambini sono stati ospitati, ma tenuti lontani dalle loro famiglie.  Un libro per riflettere, e che può servire a non ripetere gli errori del passato. Ho intervistato l’autrice, e il nostro  incontro è stato  ricco di emozioni:  ( A sinistra la copertina del libro ).

Collegio del Grand-Saconnex con i maschietti, anno  1960.jpg1.     E qui, almeno, posso parlare? Ci spiega il titolo del libro?

Cercavo un titolo evocativo, tipo: “I piccoli italiani del Grand-Saconnex”, ma non mi convinceva. Poi, un giorno, mia madre mi raccontò che mio fratello pronunciò con rabbia quella frase, “E qui, almeno, posso parlare?”, dopo che lei lo aveva apostrofato per tutta la giornata con «Zitto!», «Zitto! Non farti sentire», perché il sabato raggiungevamo i nostri genitori nella loro stanzetta ammobiliata che abitavano nelle vicinanze dell’ospedale di Ginevra. In quella stanzetta, di pochi metri quadri, senza nemmeno l’uso cucina, non avevamo il diritto di stare ed i miei avevano paura che il padrone scoprisse la nostra presenza e che, quindi, li cacciasse dall’alloggio. Ma “E qui, almeno, posso parlare?” diventava, anche il giusto titolo per tutto quello che non avevo mai potuto dire per impreparazione o per paura.

 

2.     Il suo libro  parla della storia dell'emigrazione italiana a Ginevra I figli degli emigrati ospiti del “Regina Margherita” al Grand-Saconnex, quanto tempo di ricerche ha impiegato per raccogliere il materiale necessario alla stesura?

La ricerca è stata lunga, perché ho voluto inserire sia la bellissima storia degli italiani a Ginevra (dal Medioevo ai giorni nostri) che quella dell’istituzione dell’Orfanatrofio “Regina Margherita” e, quindi, delle Suore Missionarie di Susa arrivate a Ginevra nel 1905.  Ma quello che mi ha fatto slittare di due anni la realizzazione del libro è stata l’attesa delle risposte (che non arrivavano mai) dei miei ex compagni ad un questionario che avevo loro inviato e che era incentrato sulla nostra vita in collegio e su quella della scuola elementare del Grand-Saconnex, un comune di Ginevra dove vivevamo. Questa perciò non è solo la “mia” storia, ma quella di tanti bambini transitati per il collegio di suore italiane.

Missione cattolica italiana 12.12.2011 010.JPG3.     È stato doloroso ripercorrere a ritroso un’esperienza provata in prima persona?

Più che doloroso è stato liberatorio, almeno per me. Poter dire e analizzare il vissuto di quel periodo, dove ci sentivamo marginalizzati, inadeguati, disadattati,  e capire perché, è stato come un balsamo per lo spirito, almeno per me. E la sera della presentazione del libro alla Missione cattolica italiana di Ginevra, dove erano presenti anche numerosi miei ex compagni di sventura, si è sentito forte la necessità da parte di tutti i presenti, di raccontare e raccontarsi per capire se stessi e perché le generazioni attuali potessero comprendere da quali patimenti veniamo.

 

4.     Come è stato rincontrare gli altri ospiti dell’Istituto dopo trenta o quarant’anni’

Ritrovare persone che non si vedevano dall’infanzia è divertente: si continua a pensare a loro come fanciulli, invece hanno la barba, sono nonni e hanno vissuto una vita lunghissima che li ha modificati in tutto, anche nel carattere. In effetti, siamo gli unici a rivederci esattamente così come eravamo in quel periodo particolare della nostra vita, perché il ricordo si è fermato lì. Ed è stato veramente commovente riabbracciarci. Per dimostrare il particolare legame che ci unisce, voglio raccontare un episodio eloquente. Dopo la presentazione del libro, alcuni hanno terminato la serata in un ristorante. A un certo punto, da un tavolo, è partito un canto patriottico in ginevrino antico che nemmeno gli svizzeri ricordano, era, infatti, il giorno della festa dell’Escalade. Canto che avevamo imparato sui banchi di scuola negli anni ’60 e che abbiamo cantato tutti in coro. Ebbene, in quel preciso momento, ci siamo sentiti tutti “i piccoli italiani del Grand-Saconnex”.

 

5.     Il suo lavoro è ben documentato, può essere utile a chi fa ricerca sull’emigrazione?

Quando ho scritto il libro ho tenuto conto del fatto che non sono molti gli emigrati che possono raccontare in prima persona le loro esperienze e che, quindi, quest’opera poteva essere importante per gli studiosi di emigrazione italiana. Ecco perché ho cercato di fare un’opera completa dove ho inserito tante cose. La storia dell’emigrazione italiana in Svizzera, la storia del Collegio e quella della Missione cattolica italiana a Ginevra.  Mi premeva far capire  quale sia stato l’impatto con la scuola elementare del Grand-Saconnex  per bambini che provenivano dall’Italia e che spesso parlavano solo il loro dialetto.  Ma intendevo, anche, raccontare come questi ragazzini hanno vissuto la loro esperienza in un collegio di suore dove ce n’erano solo 7 per occuparsi di 120 bambini dai 3 ai 13 anni circa. Ho intervistato la Madre Superiora del Collegio Sr Scolastica, 96enne, ma ancora lucidissima, ed il Maestro principale di allora M. Stengel (fine anni ’50-70) del Grand-Saconnex.  Ho voluto scrivere questo libro anche in francese, perché potessero leggerlo anche gli svizzeri del Grand-Saconnex.  Ho scelto l’internet per la pubblicazione, permettendo, in tal modo, a chiunque di comperarlo. Il sito è http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=626157

 

Presentaz. libro Bertolini303.JPG6.     È possibile riconciliarsi con il proprio passato dopo aver passato da bambini un’esperienza di questo tipo?

Direi che è indispensabile. Non tutti, però, ci sono riusciti. Molti si trascinano una sofferenza nascosta che fanno poi emergere dal loro modo di relazionarsi con i loro cari. L’effetto positivo di questa esperienza in collegio è stato che abbiamo acquisito quasi tutti l’empatia, la capacità di vedere i problemi degli altri e la disponibilità verso il nostro prossimo.

 

7.     Il sentimento di abbandono che un bambino prova, nel momento del distacco dai genitori, si può superare con il tempo? O rimane sempre un risentimento dentro il cuore anche da adulti?

Il sentimento di abbandono, soprattutto quando si è troppo piccoli per capire, è una ferita che rimane per tutta la vita. L’ho visto con mio fratello che aveva solo tre anni quando mia madre è partita. Anche altri, in particolare i maschietti, più vulnerabili, mi hanno raccontato la grande sofferenza lontano dai genitori. A mio avviso, rimane un attrito insanabile con la madre in particolare..

 

8.     La Missione Cattolica ha avuto un ruolo fondamentale nel passato di “cuscinetto”, tra le famiglie di immigrati e i figli lasciati negli istituti. Quale ruolo invece, svolgo ad oggi, le Missioni Cattoliche in Svizzera?

La Missione Cattolica Italiana, in un lungo periodo che va dall’inizio del ‘900 alla fine degli anni ‘70, è stata davvero indispensabile per le numerose famiglie di italiani. Quando penso alla Missione, penso a Don Dosio il “costruttore”. E’ stato questo missionario, morto a metà anni ’40, a realizzare quasi tutto quello che vi è a Ginevra per l’assistenza agli italiani: dagli asili per l’infanzia, all’orfanatrofio, alla casa per anziani. Non so molto della situazione attuale, perché non vivo più a Ginevra, ma i Missionari mi hanno detto che nel loro nuovo asilo-nido ci sono  bambini di 27 nazionalità diverse. Credo comunque che la casa per anziani, che hanno inaugurato da pochi anni e sorta sulle ceneri del vecchio Orphelinat, sia indispensabile per l’attuale società costituita da molti vecchi emigrati italiani. Comunque, al giorno d’oggi, c’è carenza di suore. Senza la loro assistenza, non si può fare molto.

 

 

9.     Lei ha inviato un questionario a tutti gli ex convittori, chi ha collaborato con Lei? È stato facile recuperare indirizzi e altre informazioni? In quanti poi Le hanno risposto?

E’ stato davvero lungo e difficile perché, come ho detto prima, è stato problematico avere le risposte dei questionari. Molti dei miei ex compagni non volevano più rivangare un passato per loro doloroso e rimosso. Delle circa 100 lettere inviate, ho avuto meno di 15 risposte, a queste si sono aggiunte altre defezione e, in tutto, hanno testimoniato solo 10 persone. La raccolta degli indirizzi era stata intrapresa da Marianna Lalicata  ̶  diventata medico, che ha vissuto all’Orphelinat circa sei anni  ̶ durante un incontro degli ex collegiali per la chiusura definitiva del collegio nel 2004.

 

10.  In Italia l’argomento integrazione è all’ordine del giorno, come lo stiamo affrontando secondo Lei?

In Italia si sta affrontando il problema piuttosto male. Non si tiene conto delle esperienze acquisite dalle altre nazioni. Il problema della nazionalità, per esempio, è essenziale per l’integrazione di un emigrato. A mio avviso, la componente più importante che fa la nazionalità di una persona è essere andata a scuola nel paese di accoglienza. Quindi, quando un individuo è venuto in Italia da piccolo, ha frequentato un certo numero di classi nelle scuole italiane, ha il diritto, alla maggiore età, se lo ritiene, di avere la cittadinanza italiana, perché lui sarà più italiano dei suoi compagni, in quanto ha dovuto fare un grande sforzo di adattamento alla nuova cultura. Ai suoi genitori, dopo un numero di anni, darei la possibilità di fare domanda per diventare cittadino italiano non senza un esame di lingua italiana e la conoscenza delle leggi fondamentali della Costituzione Italiana. Doveri prima e diritti poi da conoscere bene e da accettare.

 

11.  Lei nel suo libro inizia con un’analisi storica dell’emigrazione italiana in Svizzera, quali sono stati i testi di riferimento per il suo excursus storico?

Presa la decisione di realizzare il libro, la prima cosa che ho fatto è stata quella di andare alla biblioteca provinciale di Campobasso, dove vivo, per trovare qualcosa sull’emigrazione italiana in Svizzera. Con mio grande stupore, il primo libro che mi è capitato fra le mani è stato quello del prof. Rainer Cremonte, che poi ha presentato il mio libro a Ginevra: Una presenza rinnovata attraverso i secoli. Storia degli italiani a Ginevra. Interessantissimo. Sull’emigrazione italiana in genere ce ne sono molti come Storia dell’emigrazione italiana della Donizetti,  e la collana del Centro Studi Emigrazione di Roma, L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi,  di Gian Antonio Stella  e tanti altri. In queste ricerche ci vuole sempre fortuna e la mia fortuna sono stati, nel 2000 e nel 2005 i festeggiamenti dei cento anni della Missione cattolica italiana a Ginevra e l’arrivo delle suore francescane missionarie di Susa, con le relative pubblicazioni. Una mano, per quanto riguarda la scuola, mi è stata data anche dal Maestro principale M. Stengel, che aveva appena costituito l’associazione culturale “La mémoire du Grand-Saconnex”.

 

12.  Riguardando le foto pubblicate nel suo libro, che sentimenti prova? ( quelle riguardanti il suo periodo scolastico)

Quello scolastico è stato il periodo più difficile non solo per me, ma anche per i miei compagni. Guardo quelle immagini senza nostalgia, anzi con la certezza di avercela fatta malgrado i mille ostacoli che mi sono stati posti. E credo che questo sia l’insegnamento: è vero, ci sono state enormi difficoltà che abbiamo saputo superare con la tenacia tipica di quasi tutti gli emigranti, perché chi emigra è uno che vuole migliorare, vuole andare avanti nella vita, non è un perdente.

 

13.  La Svizzera al giorno d’oggi ha imparato il termine accoglienza ed integrazione?

Mi piacerebbe proprio saperlo.          

 

14.  A chi dedica il suo libro?

A tutti quelli che hanno solcato le vie dell’emigrazione come me.

(Nelle foto dalla prima in alto a destra : Collegio del Grand-Saconnex con i maschietti 1960 - nelle foto sotto momenti della presentazione del dodici dicembre a Ginevra ).