Intervista con Paolo Solari Bozzi Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Domenica 30 Luglio 2017 00:00

Paolo Solari Bozzi©Dai deserti e savane africani a quelli di ghiaccio della Groenlandia, ai quali con il suo obiettivo il fotografo Paolo Solari Bozzi, nella foto a sinistra, ha dedicato il suo ultimo libro “Greenland Into White” (Electa, 2017). Due mesi, i più freddi, passati in un angolo remoto di mondo, tra gli Inuit, sulla costa orientale dell’isola più grande del mondo, una manciata di villaggi. 

Così, dal caldo torrido ad un freddo estremo, dove l’aria da quanto pura può addirittura far male, con intorno bianco, solo bianco, e un popolo che vive ancora tradizioni antiche e rispetto per la Natura. Tra una battuta di caccia e vita quotidiana, le foto di Paolo ci portano a conoscere un ambiente ancora quasi intatto, in bilico, in transizione, che per sopravvivere ha bisogno di cura e attenzione da parte di tutti noi. 


Paolo Solari Bozzi© - Sermilik Fjord, Groenlandia 2016 (10)Ecco che la fotografia, diventa oggetto d’arte e testimonianza di un tempo che sta per scomparire. Un rapporto tra uomo e ambiente, che solo un occhio attento e una sensibilità non comune può far vivere in uno scatto quello che nel tempo è destinato a non morire mai.

In questa intervista, trovate le parole di un uomo che nel viaggio di ritorno non ha portato solo i suoi rullini da stampare, ma tanta nostalgia di tornare tra i ghiacci dove valori e tradizioni sopravvivono nonostante la modernità. 

Dall’Africa alla Groenlandia, come mai questa scelta estrema?

Sono sempre stato attratto dagli spazi infiniti e avevo voglia di cambiare. Dagli spazi infiniti africani a quelli artici, devo ammettere che è stata una buona scelta.

Paolo Solari Bozzi© - Tiniteqilaaq, Groenlandia 2016 (2)Come ha incontrato Robert Peroni, un pioniere e sportivo dell’estremo, che cosa Le ha dato questo incontro e com’è stato essere ospite nella sua Casa Rossa? 

Lo conoscevo attraverso i suoi libri. L’ho incontrato per la prima volta in Austria, e durante una colazione mi ha spiegato come sarebbe stato una volta arrivato in Groenlandia. Mi ha offerto subito il suo grande appoggio e le sue conoscenze tecniche del territorio. Da lì, mi sono mosso, con i cani egli elicotteri lungo tutta la costa orientale della Groenlandia – la meno battuta e isolata – che conta 5 villaggi sparsi su migliaia di chilometri.

Come si è preparato fisicamente e tecnicamente per un viaggio così estremo

Io sono voluto andare in Groenlandia proprio nei mesi invernali, quindi i mesi più difficili. Ho comprato un’ottima attrezzatura tecnica e termica in un negozio specializzato che qui in Svizzera si trova solo a Berna. Vivo tutto l’anno a 1'800 metri, ma certamente l’ambiente rarefatto che ho incontrato è tutt’altra cosa.

Quali difficoltà tecniche ha incontrato sul posto che non aveva calcolato? C’è stato qualche problema per la Sua attrezzatura fotografica che si è trovata a lavorare in un clima cosi rigido?

Paolo Solari Bozzi© - Sermilik Fjord, Groenlandia 2016 (13)Il freddo non l’ho sentito molto, ero davvero bene equipaggiato. Per quando riguarda la mia mia macchina fotografica, la tenevo sempre sotto il piumino artico, la estraevo solo per scattare al momento giusto. Un pericolo reale era costituito solo per la pellicola che a quelle temperature si sarebbe potuta rompere, ma per fortuna non è successo. Sono uscito vari giorni di vento forte (150-170 km/h), ma non sono riuscito a star fuori tutto il giorno: questo è stato l’unico momento delicato per l’attrezzatura in due mesi di reportage. 

C’è stato un momento in cui ha rischiato davvero la vita oppure è andato tutto liscio? 

No, certo è un ambiente ostile e quindi sempre un po’ di rischio c’è, ma è tutto calcolato, poi non uscivo mai da solo, la gente del posto è molto esperta e non mette mai in pericolo i turisti o i fotografi dell’Artico. 

C’è poi stato un episodio che Le ha fatto pensare di tornare indietro?

No, anzi, ho nostalgia dell’aria rarefatta che si respira lì, un’aria cosi pulita e pura che non avevo mai respirato. 

Finito il reportage nel tempo libero che cosa faceva? come si passa il tempo in quel remoto angolo di mondo? 

Tempo libero ne hai poco, io fotografavo e giravo tutto il giorno. La sera ero libero e mi restava il tempo per leggere o per parlare con Robert Peroni, i suoi ospiti della Casa Rossa o delle c.d. “Service Houses” presenti negli altri villaggi. 

Che impatto ha avuto appena arrivato, quando ha visto che era tutto completamente bianco intorno al Lei? 

Davvero impressionante. Gli occhi si devono abituare a non vedere altri colori che non il bianco, io ci sono stato per tanto tempo, due mesi, e al mio ritorno a casa in aereo passando sopra l’Islanda sono rimasto sorpreso nel vedere le macchie marroni del suolo, il ghiaccio si stava sciogliendo e la terra piano piano riaffiorava, uno spettacolo incredibile dopo aver visto e “respirato” il bianco. 

Gli Inuit, che tipo di persone sono? e come sono con i turisti o con visitatori occasionali come Lei?

Sono molto accoglienti e gentili, è un popolo mite, che vive davvero ancora tra riti sciamanici e sentimenti autentici come l’innocenza e la semplicità, non conoscono sentimenti occidentali come l’invidia, l’individualismo. 

Con loro è peraltro molto difficile comunicare, ma per questioni di lingua, la loro è incomprensibile e dall’altra parte il loro inglese è minimo. Mi sarebbe piaciuto a volte fare delle domande a qualche cacciatore, condividere delle esperienze, ma la barriera della lingua si faceva sentire. Solo pochi riescono ad andare in Danimarca, a studiare e ad avere poi una buona comunicazione in inglese. Il problema della lingua mi ha fatto apprezzare l’autenticità della gente locale. 

Ha fotografato battute di caccia molto interessanti, non aveva paura a stare cosi vicino durante la cattura di un orso polare?

Io ho fotografato da vicino solo la caccia alla foca, per quella all’orso polare gli Inuit (comunque muniti di un patentino) hanno il divieto assoluto di portare turisti o fotografi con loro, e devo dire che rispettano appieno la legge. Ho avuto la fortuna di vedere solo come scuoiano un orso bianco, una volta morto, nel giro di un’ora era tutto finito. Gli Inuit sono abili cacciatori e conciatori. Ogni parte dell’orso ha una destinazione precisa, non si butta nulla, per ultima distesa sul ghiaccio rimane solo la pelliccia che ha un grande valore economico e sociale, quindi viene ripiegata con cura e data al cacciatore che ha avvistato l’orso….uno spettacolo incredibile, glielo assicuro. 

Lei con le Sue foto, è abituato a togliere i colori al mondo…che sensazione da? 

Io scatto in analogico, con pellicola, scatto in bianco e nero perché il colore distrae, e questo non lo dico solo io, anche Bergman diceva che i suoi film migliori erano quelli in bianco e nero. Il non-colore obbliga a vedere l’essenza dello scatto, l’anima della persona.

Fotograferebbe mai qualcosa a colori, e se si che cosa?

A colori? Mai dire mai, ma per ora persevero….

Tornando al Suo soggiorno in Groenlandia, che cosa ha mangiato in quei due mesi?

Cibi autoctoni, come l’orso, la foca, il bue muschiato, tutti sapori molto forti ai quali non siamo abituati.


Paolo Solari Bozzi© - Kap Hope, Scoresbysund, East Greenland, 2016 (3)






Pensa davvero che una minoranza etnica come gli Inuit venga seriamente tutelata? 

Sono una minoranza certo, ma tutelata, soprattutto perché c’è una presa di coscienza a livello mondiale sempre più forte. Ne sono testimoni i molti Accordi siglati fra gli 8 Stati dell'Artico (Stati Uniti, Canada, Groenlandia, Islanda, Svezia, Norvegia, Finlandia e Russia) e i rappresentanti degli appena 150’000 Inuit presenti nell’Artico. In questi Accordi le tante Premesse fissano in dettaglio le molteplici esigenze degli Inuit di cui tener conto (le loro tradizioni, il loro cibo, la loro condizione sociale e, di converso, il loro bisogno legittimo di vivere di quanto il territorio può loro offrire, che pertanto deve rimanere vergine); dall’altro, le Promesse da parte degli Stati contengono elenchi su elenchi di regole stringenti per preservare l’esistenza millenaria di un popolo a rischio. Gli Inuit non vogliono più fare i lavori e vivere come i loro avi, cacciare, pescare, procacciarsi qualsiasi cosa con fatica, vivere sotto terra d’inverno con un asse di legno a coprire le loro teste. Adesso vivono in casette di legno colorate, portate dai Danesi, hanno iniziato a vedere il mondo con la televisione, a mettersi in contatto con i cellulari e quel tipo di mondo li attrae. Al momento tra gli Inuit c’è un alto tasso di suicidi, disoccupazione, alcolismo, dovuti proprio al fatto di sentirsi divisi tra la Danimarca che per loro rappresenta il modo di vivere moderno e comodo e la Groenlandia, una terra dura dalle tradizioni millenarie. 


Il Suo ultimo libro è una testimonianza di un periodo difficile di transizione…lei pensa che la fotografia come nel passato possa essere davvero presa come atto di riflessione e denuncia di uno Stato in cui bisogna intervenire per preservare la sua integrità?

I fotografi dell’Artico - che sono pochissimi- credo abbiano il dovere di documentare e far conoscere delle situazioni che non ci saranno più. 

L’Artico sta vivendo un periodo di grande delicatezza dal punto di vista climatico, è il termosifone del mondo, e tutti i suoi cambiamenti sono dovuti dall’uomo. 

Ho esposto da poco le mie opere sulla Groenlandia alla Casa dei Tre Oci di Venezia, in una mostra dal titolo “Artico. Ultima frontiera”, con altri due fotografi Ragnar Axelsson e Carsten Egevang. Ha avuto molto successo di pubblico e critica, anche perché ho organizzato a Ca’ Foscari una giornata di dibattito con ricercatori, politici ed imprenditori internazionali sul cambiamento climatico, il tutto in linea, come può vedere, con i lavori esposti. 

Ritornando a Peroni, Lei personalmente farebbe una scelta di quel tipo, abbandonare tutto per vivere in un posto remoto della Terra? e se sì, quale?

Io sicuramente no. Lui è andato lì perché è uno sportivo estremo, un grande scalatore ed avventuriero. Bisogna essere particolarmente portati quell’isolamento e a quella solitudine …io non lo sono. 

Alla fine, che cosa Le ha lasciato dentro questo Suo viaggio? E lei che cosa ha lasciato in Groenlandia? 

Sicuramente la voglia di ritornarci e respirare l’infinito bianco. Quello che ho lasciato io sono le mie foto, una testimonianza di un paesaggio, di un popolo e di tradizioni che i miei scatti hanno fissato e cristallizzato o se vogliamo usare un termine adatto al posto, ghiacciato, congelato nel tempo.

Quali sono i Suoi progetti futuri?

Per ora, Artico. Ultima Frontiera sarà esposta alla Triennale di Milano e poi un altro lungo viaggio…dove? chissà…


Cover Greenland Into WhiteIn alto a  sinistra alcune foto del reportage.




A destra  la copertina del libro prenotabile al sito Amazon.


















Info e contatti :  www.solari-bozzi.com