Intervista con Sandro Cattacin Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Lunedì 28 Agosto 2017 00:00

IMG 8330Sandro Cattacin, (nella foto a lato a sinistra) è Professore Ordinario di sociologia all'Università di Ginevra, saggista, e opiniosista per il settimanale Il Caffé. Nei suoi articoli parla di immigrazione, integrazione, e di tanti temi che in mondo che cambia continuamente sono bene da tenere sott'occhio, il suo è uno sguardo critico, ma riflessivo e invita sempre i lettori, non solo alla reazione ma alla compresione di fatti talmenti complessi che non si possono risolvere con le azioni suggerite da molti, di chiusura e non compresione. Italiano di seconda generazione, Cattacin crese e studia nella Svizzera francese fino ad insegnare all'Università di Ginevra. Ecco come un sociologo ci da una lettura del momento che il mondo sta attraversando:

 


Lei è italiano ma di seconda generazione…come vive la sua italianità?

La mia esperienza di essere figlio di italiani in Svizzera è un arricchimento continuo. Mi trovo a mio agio dappertutto, ho imparato a mediare e soprattutto a giudicare la gente per quello che dice, trasmette e fa. Avere vissuto discriminazioni e razzismo in Svizzera è un antidoto al pregiudizio. In questo senso, ogni giorno e davanti qualsiasi persona che incontro, mi apro, ascolto ed imparo. Non ho paura dell’altro e so che solo chi è diverso può arricchirmi. Penso che anche le nostre società dovrebbero smettere di giudicare le persone, smettere di classificarle in buoni e cattivi, e realizzare che tutto ciò che è miglioramento viene dal confronto con il diverso.

Da docente e studioso come vede gli attuali italiani in Svizzera? che evoluzione hanno avuto?

La storia della presenza italiana in Svizzera non è semplice. Sfruttata e discriminata a lungo si è presa una rivincita silenziosa rivoluzionando il modo di vivere in questo paese. Penso che si possa datare questa rivoluzione negli anni 1980 e direi persino che è cominciata nel 1982 quando l’Italia vinse il campionato mondiale di calcio. Da lì in poi l’essere italiano venne vissuto come normalità, e persino come qualcosa di bello. Finito il Kafi fertig, s’impara allora a bere il caffè italiano, corto, e nelle sue diverse declinazioni, e magari anche con la grappa. Ma non è solo nel mangiare e nel bere che si osserva l’influenza italiana; anche la lingua si diffonde al punto di essere quantitativamente più importante oltralpe che nelle regioni italofone della Svizzera. Di fatto, tutta la Svizzera è italofona, in un modo o nell’altro, come lo dimostrano il marketing italofilo delle grandi imprese di servizi, i graffiti nelle città e i nomi italiani dei neonati svizzeri come Luca, Emma, Lara, Sofia, Matteo, Sara o Laura che tanto vanno di moda.

Gli italiani e le italiane in Svizzera non sono dunque più in una situazione di marginalizzazione, ma di accettazione, rispetto e direi anche condivisione. Le coppie miste sono tante e tante sono le persone italiane o di origini italiane che ricoprono posizioni importanti nello stato e nelle imprese. Questo facilita ovviamente anche l’arrivo dei nuovi migranti dall’Italia che si trovano in un territorio bendisposto nei loro confronti nel quale possono vivere senza dover continuamente rivendicare la loro italianità.

Questa nuova migrazione di Italiani e di Italiane verso la Svizzera è sicuramente diversa da quella del dopoguerra. Non perché si tratti di “cervelli in fuga” dal loro paese - ridicolo termine utilizzato dai politici italiani di fronte ad una vera fuga di persone di tutti i livelli di formazione - ma perché la migrazione è oggi molto più complessa da interpretare, meno orientata alla sedentarizzazione, più mobile e più differenziata nelle sua provenienza.

Rispetto ai suoi genitori, come è stata la loro storia di emigrati?

E’ una bella storia bella: si sono sposati e hanno dato a me e a mio fratello tutto l’amore che avevano. Mia madre è arrivata dal Veneto nel 1949, a Zurigo, raggiungendo la sorella che era partita qualche tempo prima, lasciando una situazione economica difficile e una famiglia modesta, e si è guadagnata la vita facendo le pulizie nell’ospedale universitario di Zurigo. Mio padre non l’ha seguita subito. Era di una famiglia più benestante, socialista e antifascista, impoverita a causa delle rappresaglie del fascismo. Elettricista di mestiere, ha lasciato il Veneto per trovare lavoro, prima a Milano e poi, su pressione di mia madre, a Zurigo nel 1955. Si sono sposati in Svizzera e ci hanno vissuto lavorando tanto, realizzando il sogno di costruire la casetta di vacanze – ma in previsione di un rientro sempre possibile – nel paese d’origine di mia madre. Sono rimasti invece, come tanti altri, fino al pensionamento perché la Svizzera ne aveva bisogno e l’Italia poco da offrire.

Direi dunque che la loro storia è per tanti versi molto simile a quella di chi è partito nel primo dopoguerra. Il Veneto, in quel periodo, era la regione più povera dell’Italia ed è da li che è partita la migrazione dall’Italia verso la Svizzera.  

Lei sta seguendo un progetto dal titolo interessante “dalla valigia di cartone al Web…” , ci può illustrare il progetto e quali risultati ha avuto fino ad ora?

Il progetto vuole capire come l’italiano si è diffuso nella Svizzera non italiana. E’ composto da una parte storica e da una parte più contemporanea nella quale cerchiamo di leggere la vitalità dell’italiano e dell’italofonia in Svizzera attraverso una logica partecipativa, basata sull’analisi di dati prodotti via i media sociali. Esiste un sito facebook che raccoglie informazioni e testimonianze di questa vitalità al quale invito tutti a partecipare (www.facebook.com/valigiaweb). 

I risultati sono già tanti e mi limito ad illustrarne uno che riguarda la diffusione della musica popolare italiana nella Svizzera non italiana. Nel dopoguerra, la musica italiana resta un affare interno alla comunità stessa, con qualche eccezione di cantanti ticinesi –  penso alla bravissima Nella Martinetti – e sono organizzate, negli anni 1960, delle iniziative come per esempio il festival della musica italiana nel Volkshaus di Zurigo che propone un po’ di San Remo e un po’ di canzoni neomelodiche. Negli anni 1970 e 1980, quando le prime e le seconde generazioni di Italiani in Svizzera cominciano ad acquistare i dischi italiani che appaiono nelle classifiche, l’orecchio svizzero (tedesco, soprattutto, perché i francofoni avevano già scoperto Dalidà, Adamo e la famosa Marina di Rocco Granata) si apre all’italiano pop, facendo crescere internazionalmente cantanti come Eros Ramazzotti o Zucchero. Al Bano, anche lui molto noto in Svizzera, ha incontrato inizialmente il successo grazie alla migrazione italiana in Germania. Nascono poi anche cantanti e cantautori italiani orientati al pubblico svizzero e italiano come per esempio Pippo Pollina. Si passa dunque dalla chiusura alla condivisione. Quello che succede poi è una diffusione e utilizzazione dell’italiano in tane varianti che non sono più legate al territorio, ma alle esperienze di mobilità continua in un mondo interconnesso. Non si canta più per gli Italiani o le Italiane in Svizzera, o per gli abitanti di un territorio preciso, ma si canta per chi vuole ascoltare, nel mondo intero, una musica che ha legami con l’italofonia, senza però escludere altri.

La ricerca continuerà ancora per due anni e penso che avrò ancora tante belle storie da raccontare per far crescere la coscienza dell’italiano come lingua di presenza fondamentale sul territorio svizzero, ma anche nella mente di chi ci vive e ci ha vissuto.

Pensa che la Svizzera faccia una buona politica di integrazione rispetto all’Europa? in che cosa si può migliorare?

Nelle mie analisi metto regolarmente in evidenza i problemi che la cosiddetta “politica d’integrazione” crea. Penso spesso che un po’ meno d’accanimento nei confronti di chi arriva da un altro paese ci farebbe stare meglio. Detto questo, le politiche dovrebbero essere più generose nell’insegnare le lingue perché la conoscenza della lingua resta la chiave per vivere meglio insieme. Capirsi è importante e non solo per trovare un lavoro. In secondo luogo, si dovrebbe investire in progetti che facilitino l’inclusione senza mettere al centro l’integrazione. A questo proposito, con diversi colleghi e colleghe sto sviluppando un’analisi delle dinamiche d’inclusione senza politica specifica, attraverso le feste di quartiere per esempio, gesti unilaterali d’accoglienza o altri progetti che non parlino di migrazione. Sembra paradossale a prima vista, ma più si parla del “problema migrazione”, della necessità di “integrazione”, meno i risultati delle politiche sono adeguati. Chi indica il cammino, in questa fase storica, non sono le nazioni, ma le grandi città che propongono politiche e slogan di apertura prima ancora di parlare d’integrazione o di problemi di migrazione.

Come vede la Presidenza Trump e questa tendenza a chiudere di nuovo confini e territori? non è un pensare pericoloso?

Il presidente Trump fa parte di una riconfigurazione mondiale delle dinamiche politiche dove apertura e chiusura come orientamenti ideologici diventano più importanti di sinistra e destra, ecologia e crescita economica. E’ come se 150 anni di storia fossero stati cancellati. Ciò che è importante, in questa fase storica nella quale la destra conservatrice governa, è che si affermi anche il contro modello liberale, urbano e dell’apertura. Non è la sinistra tradizionale che dobbiamo rinnovare con i vecchi modelli di stato nazione o sindacali, ma il liberalismo, ritornando ai valori fondatori basati sulla democrazia, i diritti e la dignità, in un contesto urbano e proiettato verso il mondo. Non sappiamo se questo nuovo vecchio confronto porti ad una società più chiusa o più aperta. Questo dipende dell’impegno, in fin dei conti, di chi milita per l’una o l’altra causa. 

Come dovrebbe affrontare l’Europa l’emergenza profughi secondo Lei?

C’è la dimensione della guerra. Si deve continuare ad intervenire per calmare queste zone per poi aiutare quei gruppi che lottano per la democrazia e per i diritti. Questo riguarda particolarmente il Medio Oriente. Poi c’è la dimensione della povertà e, qui, servono programmi di scambio di competenze e progetti associativi d’investimento. Credo più nei piccoli progetti associativi, delle città che investono in altre città, degli scambi continui che nelle politiche nazionali. In quanto Italiani, sappiamo quanto i soldi che abbiamo investito nelle nostre regioni siano stati importanti per rilanciare l’economia, quanto l’andare e il ritornare, lo spiegare e il capire le differenze abbiano avuto un effetto positivo sulla crescita reciproca. 

In un mondo cosi globalizzato e aperto ha ancora senso parlare di italianità?

Se italianità non implica nazionalismo e atteggiamenti sciovinisti ha ancora senso parlarne. A livello individuale, per esempio, l’italianità può essere una scelta di privilegiare ed amare aspetti, magari anche solo frammenti, della vita che in un modo o nell’altro siano legati alla lingua e agli stili di vita che si sono sviluppati nelle tante Italie che conosciamo. Un esempio personale: la maniera di cucinare gli gnocchi di patate che preferisco proviene dalla tradizione di Santa Margherita d’Adige, il paese d’origine di mio padre, ed è combinata con quella di mia madre che è originaria di Lozzo Atestino, distante quindici chilometri da Santa Margherita. Questa ricetta, inoltre, si adatta perfettamente anche a me che sono vegetariano da una quarantina d’anni. Il risultato sono gli gnocchi con l’uvetta, la cannella, il grana padano, il sugo di pomodoro e la cipolla e la scanalatura degli gnocchi fatta con la grattugia.

Quello che conta non sono dunque i campanilismi, ma il fatto che il Veneto di oggi ha una storia sedimentata di civiltà e culture antiche che si incontrano anche nella cucina che noi chiamiamo italiana, ma che di fatto, a causa della posizione-crocevia di tanti commerci, è globale. Per esempio, da dove viene la patata e il pomodoro che sono necessari per fare gli gnocchi? Importati nel 1600! La cannella? La via delle spezie dall’India verso l’Europa che lascia delle tracce! Il formaggio? Africa del Nord e Asia che si diffonde nei paesi del Mediterraneo nel 1500! In altre parole: combinare differenze crea specificità, innovazione e rispetto – e anche piacere. L’italianità è un modo di dire che il mondo è migliore se siamo aperti ad accogliere le differenze che lo caratterizzano.



1.Tesi svillupata in questo saggio: Cattacin, Sandro et Irene Pellegrini (2016). "Mundial di Spagna 1982: come l’Italia vinse anche in Svizzera." Studi Emigrazione/Migration Studies LII(203): 524-536.

2. Vedasi sull’Italiano in Svizzera oltralpe: Pellegrini, Irene, Verio Pini, Sandro Cattacin et Rosita Fibbi (a cura di) (2016). Italiano per caso. Storie di italofonia nella Svizzera non italiana. Bellinzona: Casagrande. Versione abbreviata in tedesco: Pini, Verio, Irene Pellegrini, Sandro Cattacin et Rosita Fibbi (2017). Italienisch ohne Grenzen. Zur Lage des Italienischen in der Schweiz. Zürich: Seismo-Verlag