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Intervista con Sebastiano Caroni : Strange Days Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Giovedì 05 Luglio 2018 07:13

g foto roberto 3Sebastiano Caroni, nella foto da sinistra,  vive a Locarno, e negli ultimi quattro anni si è occupato d’insegnamento nel settore medio e più recentemente ha lavorato come educatore in ambito socio-psichiatrico. Laureato in scienze sociali (Losanna, 2003) e in lettere (Friburgo, 2006), nel 2013 ha conseguito un PhD in studi interculturali presso la UCL (University College London).

Nel 2014 è stato co-curatore, assieme a Theo Mossi, di “Sensi del silenzio”, una rassegna culturale sul tema del silenzio, svoltasi presso la Biblioteca Cantonale di Bellinzona. Dal 2013 fa parte del Circolo del Cinema di Bellinzona, contribuendo all’ideazione di rassegne cinematografiche su temi quali il rapporto fra il cinema e la filosofia, il cinema spagnolo, l’identità e la differenza.

Il suo impegno a livello culturale si traduce anche in un’attività giornalistica in cui affronta temi al confine fra l’etica e la sociologia. Collabora regolarmente con LaRegione e altre testate fra cui TicinoManagement e Cinemany, la rivista di cinema della Svizzera italiana. Recentemente ha sviluppato cicli di articoli su temi quali il vuoto oppure l’estetica della società digitale, argomenti che propone anche sotto forma di corsi di aggiornamento per i docenti delle scuole professionali. Ideatore del  festival “Strange Days”, una rassegna  sui mitici anni ’90, che ha visto la sua prima edizione  quest’anno tra aprile-giugno e che ha portato al pubblico ticinese una serie di offerte culturali interessanti, ecco come racconta il festival il suo ideatore:


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Come è nata l’idea del festival "Strange Days”?

Nel 2014 sono stato curatore di Sensi del silenzio, un’importante rassegna culturale incentrata sulla rilevanza del silenzio come fenomeno culturale, sociale, filosofico e spirituale, che si è tenuta presso la Biblioteca Cantonale di Bellinzona e in altri luoghi. Credo che Sensi del silenzio abbia riscosso un notevole interesse, favorendo la comprensione del fenomeno del silenzio soprattutto attraverso il dialogo fra discipline e esperienze diverse. Avendo fatto tesoro dell’esperienza maturata in quel contesto, ho deciso di riproporre un progetto che possa coinvolgere pubblici, ambiti, e discipline diverse. Credo che in Ticino sia importante proporre manifestazioni multimediali e multidisciplinari, onde evitare che la cultura venga percepita come una serie di compartimenti stagni. L’idea del progetto è nata, quindi, per dare una continuità a un’attività culturale che ho portato avanti negli scorsi anni in Ticino e che permette di mettere a frutto le conoscenze e le competenze che ho acquisito nella mia formazione nelle scienze sociali e nelle scienze umane, dato che ho una laurea in scienze sociali e una in lettere, che ho poi completato con un dottorato in studi interculturali.

Quanto è servito per prepararlo?

In realtà ci sono voluti almeno due anni prima che il progetto prendesse la sua forma definitiva. Inizialmente ho sviluppato l’idea e ho ipotizzato un primo programma. Poi però negli ultimi mesi ho formato un gruppo di lavoro con persone che hanno delle solide competenze negli ambiti specifici che volevo toccare con il progetto.  

Perché scegliere gli anni novanta?

Nel mondo che segue la caduta del Muro di Berlino, si affermano lentamente fenomeni culturali, economici, e sociali interconnessi quali la globalizzazione, internet, e la telefonia mobile, che hanno dato avvio alla famosa rivoluzione della comunicazione e dell’informazione di cui siamo, ancora oggi, attori e spettatori. Coloro che sono diventati adulti negli anni ’90, poi, hanno conosciuto l’evoluzione della cultura audio-visiva attraverso l’emittente MTV. Video non stop con boy-bands, riff grunge, rime rap, cultura hip hop, MTV unplugged e Beaves and Butthead si susseguivano senza interruzione nel flusso di immagini non stop. Se gli anni ‘80 sono ormai stabilmente entrati nell’olimpo dei decenni ‘mitici’, forse gli anni ‘90 non hanno ancora compiuto pienamente questa rivoluzione simbolica. Con la consapevolezza che oggi come ieri fare cultura significa anticipare un po’ i tempi, ho voluto creare una rassegna culturale denominata Strange Days. Un festival sui mitici anni ’90, per cercare di capire - attraverso la riflessione, il cinema, la musica e la letteratura - come gli anni ’90 abbiano influito sul nostro presente. Attraverso un ricco e diversificato programma di conferenze, incontri, film e appuntamenti musicali, il festival Strange Days ha voluto fornire una visione del decennio facendo appello a discipline quali la filosofia, la sociologica, il cinema, la musica, e l’arte.

 Come è stato strutturare un festival così complesso, tanti giorni di programmazione e sempre attività diverse?

In media si sono tenuti 2-3 eventi alla settimana fra conferenze, musica e cinema. In certi casi la programmazione ha seguito il calendario delle associazioni con cui abbiamo collaborato. Per esempio, la rassegna di cinema sugli anni ’90 è stata svolta in collaborazione con i Circoli del cinema di Bellinzona e Locarno, che programmano film due volte alla settimana. In questo senso il nostro programma si è adattato alle loro date. Nel caso delle conferenze, invece, si trattava soprattutto di verificare la disponibilità degli enti che le ospitavano, come Biblioteche cantonali di Bellinzona e Locarno. Per la musica abbiamo collaborato con Il Woodstock Music Pub di Arberdo-Castione, che ci ha permesso di programmare le nostre proposte musicali il venerdì e il sabato con un certo anticipo. In programma c’erano anche due appuntamenti musicali in collaborazione con Il Teatro Sociale di Bellinzona (una serata sul rap e sulla cultura hip hop e un concerto unplugged dei Vomitors), programmati con largo anticipo per poter entrare nel programma ufficiale del teatro. Il programma musicale è stato ulteriormente arricchito da una serie di fortunati momenti di musica acustica en plein air, il sabato mattina nella cornice suggestiva del mercato bellinzonese: in questo caso il giorno e il momento sono stati suggeriti dalla possibilità che il mercato ci offriva di avere una vetrina di pubblico importante per il festival. Sono molte infatti le persone che incuriosite si sono fermate in viale stazione presso lo stabile gestito dalla Libreria Casagrande (un altro partner importante del festival) e che hanno apprezzato molto le esibizioni di Julie Meletta e delle Black Hiedis, le artiste che abbiamo proposto. In sintesi, poi, direi che la programmazione è stata gestita in base all’esigenza di ripartire bene gli eventi in modo che ci fosse sempre una certa alternanza fra conferenze, musica e cinema: direi che alla fine siamo riusciti nell’intento.

Quali sono le strutture pubbliche e gli altri enti che hanno supportato il festival?

la rassegna è stata organizzata in collaborazione con: le Biblioteche Cantonali di Bellinzona e di Locarno, il Teatro Sociale di Bellinzona, i Circoli del Cinema di Bellinzona e di Locarno, il Woodstock Music Pub di Arbedo, la Libreria Casagrande di Bellinzona, lo Spazio ELLE di Locarno e Imbarco immediato. Un sostengo importante è arrivato anche dalla città di Bellinzona, dalla banca Raiffeisen e dall’ Ottica Pezzini e balestra di Bellinzona. 

Perché scegliere la città di Bellinzona?

In parte perché proprio a Bellinzona e dintorni si era svolta con successo la precedente rassegna sul silenzio a cui alludevo prima, anche grazie all’importante sostengo proprio della Biblioteca cantonale di Bellinzona, che attira sempre un pubblico numeroso e interessato alle proprie conferenze. Poi perché a Bellinzona sono anche attivo come membro del Circolo del cinema, che come ho detto prima ha sostenuto e collaborato in maniera decisiva nella programmazione della parte cinematografica del festival. Poi perché si parla molto della “grande” Bellinzona negli ultimi anni, è il festival è forse stato un modo per proporre un’iniziativa culturale a misura di questa nuova realtà.  

Il pubblico ha reagito bene?

In generale sì, ha seguito con molto interesse gli eventi proposti, a volte era anche numeroso, altre meno. Forse però è mancato un coinvolgimento maggiore fra coloro che negli anni ’90 erano adolescenti o giovani adulti (quelli della generazione X, per intenderci), e a cui il festival si rivolgeva in maniera speciale.

Ci sarà un seguito?

Penso proprio di sì, ma per ora è ancora presto per entrare nei dettagli

Se tu potessi tornare indietro rivivresti gli anni novanta? Qual è il tuo ricordo più bello di quegli anni?

Gli anni ’90 per me sono strati molto formativi per cui decisamente fanno parte della mia identità. Nel 92-93 ho trascorso un anno negli Stati Uniti come studente di scambio, dopo la seconda liceo. È stata un’esperienza molto importante e formativa, che rifarei senza esitazione.

 

https://www.invisiblelab.ch/strange-days/