Intervista con Andrea Vitali Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Lunedì 14 Aprile 2014 00:00

vitaliandrea (1)Andrea Camilleri ha definito Andrea Vitali, “come uno che sa raccontare, che ha la felicità nel racconto…”, da anni i suoi romanzi, ambientati per la maggior parte a Bellano, sua città natale, sulla sponda orientale del lago di Como, danno vita a dei personaggi indimenticabili, sia per i nomi sempre bizzarri, che per le storie che vivono nelle pagine, scritte sapientemente, da uno dei più grandi scrittori italiani contemporanei. Durante il suo tour svizzero, promosso dalla Dante Alighieri, Vitali ha presentato al pubblico italofono, il suo ultimo lavoro “ Premiata Ditta Sorelle Ficcadenti”. Foto a lato Andrea Vitali con Chiara Marcon.


La storia ambientata nel quindici, ha per protagonista due sorelle, molto diverse tra loro, che aprono una merceria proprio a Bellano. Giovenca Ficcadenti, è tra le due sorelle la più bella, e quella che fa parlare il piccolo paese. Nessuno le conosce, nessuno sa da dove vengano…ecco poi la loro storia intrecciarsi con quella di Stampina, madre di Geremia, che si invaghisce di Giovenca e pur di starle vicino, sarà disposto a tutto. Ma come in tutti i piccoli paesi, non mancheranno gelosie, pettegolezzi ed indagini improvvisate persino da Rebecca, la perpetua di Don Primo….Tra nomi fantastici e cuori infranti, la storia con grande lucidità narrativa tiente il lettore fino all’ultimo con il fiato sospeso, perdendosi in un finale inaspettato….

Incontrato a Winterthur, Andrea Vitali, mi ha rilasciato gentilmente questa intervista:

 

Che cos’è per Lei scrivere?

Banalmente, devo dire che è la mia vita. È una risposta banale, ma veritiera, la scrittura è stata fin dai miei anni giovanili l’obiettivo a cui tendere, parte delle mie energie morali sono state spese per questo obiettivo, non solo scrivere comunque, io volevo arrivare a scrivere e pubblicare e avere un rapporto con dei lettori. Non ho mai inteso la mia scrittura come una cosa solo mia, privata, intima, si, ma da condividere, e quindi il fatto di scrivere e poter pubblicare realizza un’aspirazione fondamentale per la realizzazione della mia vita, è un elemento fondamentale irrinunciabile, parte fondamentale delle mie giornate.

Come vede il panorama letterario italiano oggi?

Si dice che si legge poco, ma su questo non sono d’accordo, il mondo dei lettori e il mercato del libro è un mercato povero ma che tiene. rispetto a tanti mercati che precipitano nell’abisso, è un mercato che tiene, pochi o tanti che siano sono fedeli quindi quello del libro è un mercato molto stabile che non patisce tante crisi. Forse il lato negativo è che si pubblica molto, forse troppo, quasi un virus, perché sono nate le auto pubblicazioni, è un peccato, perché da l’idea che scrivere e pubblicare sia la stessa cosa, ma non è cosi. Vengono meno quei filtri, che sono fondamentali per uno scrittore, il primo è il filtro editoriale che ha una componente commerciale, e una professionale che è ancora presente, un occhio critico professionale, un occhio esterno, che fa capire a che punto è la nostra scrittura. L’auto pubblicazione è un po’ come il sei politico che si usava nel ’68, non ha senso e ti accorgi, se sei un po’ lettore se un libro vale o no la pena di leggerlo.

Ci racconta la Sua esperienza in Master pièce?

Sono stato ospite solo per una puntata, mi sono stati sottoposti cinque manoscritti, li ho letti, e ne ho salvato uno, che è stato inizialmente scartato ma poi ripescato. Mi sono confrontato con degli scritti terribili, sembravano non avessero avuto una rilettura, mancava sintassi, grammatica e consecutio tempo, punteggiatura in esilio…insomma un po’ deludenti gli scritti sottopostomi. La trasmissione poi è messa in onda in ore notturne, si riduce già cosi il pubblico che si interessa di libri proposti in televisione, e quindi ne poi perde l’utilità.

 

Lei che tipo di lettore è?

Molto curioso, leggo molto di tutto da Chiara a Guareschi e tanti altri…

Se mi dovesse consigliare un libro da leggere…?

Le consiglio quello che sto leggendo ora “ la nonna a mille “ edito da Mondadori, di Hallgrimur Helgason è un libro scritto molto bene, io l’ho scelto leggendo una recensione di libri sulla Stampa, mi ha incuriosito e l’ho comprato. Ha una storia bellissima, ha per protagonista un’anziana enfisematosa per via del fumo, che si è ritirata a vivere in un garage con un computer e una bomba a mano della seconda guerra mondiale. La voce narrante è lei, e racconta la sua storia, femminista, donna molto di liberi costumi in un’epoca particolare quella dei primi novecento, della prima guerra mondiale.. Un libro ben scritto e divertente, ironico e con delle note di particolare emozione.

 

Lei ha fatto per tanti anni il medico di base e lo scrittore. Se non dovesse più scrivere che cosa le piacerebbe fare?

Ho una passione per la terra, quindi l’agricoltore, il contadino…il problema è che con il passare del tempo la terra si abbassa sempre di più ed è sempre più faticoso lavorarci. Adesso con la bella stagione, amo perdermi nel verde, come ho fatto oggi nel mio viaggio tra Basilea e Winterthur.

È più facile scrivere ciò che si conosce o ciò che ci s’inventa?

All’inizio ero convinto che fosse più facile scrivere ciò che si conosce però, ora m’intriga molto scrivere di cose che non conosco. Ho queste suggestioni, legate alle suggestioni letterarie di Buzzati, Borges…mi piace l’idea di potermi staccare dal mio territorio. Staccarmi da Bellano, il lago…

Lei quanto deve alla sua terra?

Gli devo tutto, tanto…Bellano è il teatro, il palcoscenico delle mie storie, e anche parecchie stimoli narrativi. L’affetto che provo, nel vedere i miei personaggi di fantasia muoversi nel paese, quasi fossero reali, a me da molta compagnia e conforto.

Nei suoi racconti, la piazza il paese, sono sempre il punto focale da dove parte tutto, l’incontro, il pettegolezzo…questa cosa al giorno d’oggi con i social network si è un po’ persa?

Si, se Lei nota, le mie storie hanno come limite gli anni settanta che erano gli anni dove io ho vissuto coscientemente questi aspetti, ma oggi certo questi aspetti si sono persi. Erano anni dove c’era un tessuto sociale denso, coeso perché non c’era la voglia di incontrarsi e conoscersi, e poi non c’erano i mezzi di dispersione o la facilità di spostarsi e di uscire da quel mondo che c’è oggi. Per esempio una volta già da Bellano a Milano era un viaggio da raccontare…

Quali sono gli scrittori che ha come riferimento quando scrive?

Ce ne sono tanti, dal punto di vista tecnico due autori che mi hanno condizionato sono Guareschi e Chiara. Un altro autore che mi ha insegnato molto, leggendolo è Leonardo Sciascia, che mi ha insegnato la necessità e la bellezza di smettere di scrivere quando hai detto quello che dovevi dire. A volte me lo rileggo a titolo di ripasso per ricordarmi che cosa vuole dire scrivere bene, come s’imposta bene un dialogo…Dal punto di vista stilistico non saprei dire chi, ma ho sviluppato un divertimento notevole nei confronti del dialogo, io ho questa tecnica, lo scrivo e poi lo provo tra me e me…mi piace viverlo perché ci sia verosimiglianza con la realtà.

I personaggi dei Suoi romanzi esistono davvero?

No, non scrivo mai di persone che conosco, eppure la gente del mio paese riconosce sempre dentro i personaggi che descrivo qualcuno del posto, e questo mi diverte molto. Mi diverte molto poi il fatto, che nessuno mette in discussione o in gioco se stesso, me prende sempre qualcun altro.

Come fa a scrivere cosi tanto?

Prima era un mezzo lavoro, perché facevo, anche il medico ora è un lavoro a tempo pieno. Il problema per me non è la mancanza d’idee o storie, a volte è la mancanza del tempo per scriverle. Mi piace scrivere. Scrivere le suggestioni che ho e quindi posso dire, quotidianamente, scrivo sempre qualcosa. La preoccupazione è volte non avere tempo sufficiente per dare corpo a tutto il materiale che ho in testa. Non è una produzione forzata, perché anche in tempi non sospetti, dove non avevo un editore, ho continuato a produrre tanto.

Se in Suo romanzo fosse tra i protagonisti che nome si darebbe?

Io mi sono inserito nel mio primo romanzo,” Il Procuratore” nel ruolo del battellotto cioè l’addetto all’attracco di un battello si chiamava Romano, ambientato nel primo ventennio del secolo. Mi sono identificato, perché all’epoca io ero innamorato non corrisposto di una ragazza, e anche Romano, nel libro era innamorato di una barista e pur di vederla, andava spesso a bere finendo ubriaco. Romano non combina nulla con la ragazza, e io neppure ecco il parallelismo. Mi sono descritto negli aspetti più comici dell’innamoramento, questa necessità di scrivere poesie e dedicarle all’amata, di vederla ogni momento… Nell’ultimo romanzo potrei essere Novenio infiammato dal dannunzianesimo…

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