Intervista con Francesca Prandstraller Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Lunedì 04 Agosto 2014 11:40

vivereallesteroChi non ha pensato almeno una volta di lasciare l'Italia e trasferirsi altrove? Per studio, per lavoro, per seguire l'amore o, magari, solamente alla ricerca di un nuovo posto dove vivere? Ma quando l'occasione arriva e la prospettiva diventa concreta, oltre all'entusiasmo si affacciano le ansie e gli interrogativi: come imparare in breve tempo a funzionare in un luogo dove lingua, cultura e abitudini sono del tutto nuove e sconosciute? Nella foto a lato la copertina del libro.

A quali opportunità e difficoltà si troveranno di fronte tutti i componenti della famiglia? E tornando a casa sarà tutto come prima? Questi sono i temi affrontati nel libro di Francesa Prandstraller Vivere all'estero. Guida per una relocation di successo, edizioni Egea. La dottoressa Prandstraller, insegna attualmente all'Università Bocconi di Milano e collabora con scuole di business come SDA Bocconi, Fondazione CUOA e MIB.È autrice di numerosi articoli e dei libri Per Amore, Per Lavoro. Storie di donne espatriate, Guerini e Associati, Milano, 2006 e Prandstraller, F., Rullani, E. Creatività in rete. L'uso strategico delle ICT per la nuova economia dei servizi, Franco Angeli Milano, 2009. Da poco ha pubblicato con la casa editrice Egea, Vivere all’estero guida per una relocation di successo, ecco come si è raccontata:

  

Parliamo del Suo ultimo libro, come le è venuta l’idea per questa “guida per una re location di successo”?

Questo è il libro che avrei voluto avere io quando sono espatriata con la famiglia e senza aiuto. Se avessi saputo allora tutte le cose che so ora, dopo averle vissute sulla mia pelle senza una guida e senza supporto, scommetto che sarebbe stato più facile. È da questa scommessa che nasce l’idea di questo libro, che mette insieme le mie esperienze dirette (ciò che è utile sapere) con quelle di altri (le testimonianze) con gli studi scientifici in tema di espatriati (il mio lavoro universitario).

Secondo Lei la capacità di adattamento in un paese straniero è più facile per le donne o per gli uomini?
Non credo dipenda dal genere. dipende invece da vari fattori: esperienze precedenti, conoscenza della lingua, tratti di personalità, distanza culturale, cioè il grado di differenza tra la cultura del paese di origine e la nuova
, supporto ricevuto dalla rete sociale e  flessibilità personale di ogni individuo, ma  anche dalla consapevolezza del fenomeno, dalla preparazione pre-partenza e dal supporto della famiglia e dell’organizzazione . L'unica cosa che mi sento di dire è che i partner al seguito sono in maggioranza donne e che per loro l’intensità dell’impatto con il nuovo paese non è attutita dall’organizzazione, per cui possiamo sicuramente dire che lo vivono con maggiore forza dovuta al maggiore e diretto coinvolgimento con la comunità, la lingua e la cultura locale in tutte le attività quotidiane.

L’età può influire sull’adattamento?
Certo. I bambini e i ragazzi si adattano più facilmente e più rapidamente, anche se non bisogna sottovalutare le loro difficoltà nel lasciare amici, nonni, scuola e ambiente conosciuto per trasferirsi. Ma le risorse dei giovani sono di sicuro più ampie.

Quali sono le caratteristiche di base che una persona deve avere per trasferirsi senza patire troppo del cambiamento?
Prima di tutto la motivazione! Voler fare l'esperienza e non viverla come una costrizione. 
Un ruolo fondamentale nel processo di adattamento positivo è ricoperto dalla personalità: utilizzando il modello dei Big Five  che viene utilizzato largamente nei processi di selezione, le persone con maggiore apertura mentale e stabilità emotiva hanno dimostrato migliori risultati nell’adattamento psicologico e socioculturale al nuovo ambiente. Apertura significa disponibilità e ricettività verso il nuovo e voglia di imparare; stabilità emotiva indica la capacità di gestire lo stress e mantenere la propria solidità interiore.
Sapere la lingua è una chiave d’accesso unica e preziosa. Molti studi hanno collegato la velocità e il successo dell’adattamento alle abilità linguistiche degli espatriati. Un buon sistema per rendere migliore il trasferimento è avere quante più informazioni possibile sul paese ospite prima di partire. Le informazioni non possono cancellare i processi emotivi a cui si vadrete incontro (questo è il malinteso, credere che sapere sia come sperimentare) ma aiutano molto ad evitare gli errori più grossolani e a creare una conoscenza iniziale che  sarà molto utile. 
 
Trasferirsi oggi è un’opportunità o una necessita’ ?
Direi entrambe. Una grande opportunità perché il mondo è più interconnesso e facile da raggiungere, una necessità perché la globalizzazione ci costringe a conoscere e competere con culture anche molto distanti dalle nostre (vedi Cina, India, Brasile ecc. ) e  ad aprirci alla diversità anche se restiamo a casa nostra. La multiculturalità e l'esigenza di convivere con culture diverse trovando un equilibrio credo siano uno dei tratti distintivi del nostro tempo.  
 
Ci si trasferisce per tanti motivi, lavoro, amore…quale tra questi è quello che secondo Lei, aiuta a superare meglio le difficoltà iniziali?
Credo che sia più facile adattarsi per la persona che è il soggetto lavorativo di un trasferimento aziendale, per il semplice fatto che ha un'organizzazione alle spalle e una rete sociale determinata dal lavoro e dall'azienda che almeno all'inizio sono di grande supporto. Chi espatria da solo come self expatriate o come partner al seguito ha un impatto maggiore con la cultura e la lingua locale e deve imparare a funzionare in un ambiente estraneo dal primo giorno. Inoltre i self expatriate
sono persone  che devono affrontare le incognite di un mercato del lavoro sconosciuto e a volte ostile o che li sottoutilizza, le difficoltà burocratiche legate all’ottenimento dei visti e dei permessi di lavoro e al riconoscimento del titolo di studio, e, infine, hanno maggiore necessità di apprendere la lingua del luogo per poter lavorare fuori dal mercato “protetto” delle multinazionali dove l’inglese è la lingua franca. 
 
Nel 2006 Lei ha pubblicato “ Per amore per lavoro “, dove intervistando delle donne espatriate, ha ripercorso le dinamiche che scaturiscono tra impatto iniziale e realtà effettiva, le aspetti ve iniziali sono sempre sopra la realtà che ci aspetta?
Non direi. Dipende molto dalle aspettative! E anche da dove si va. Credo che un espatrio di successo si misuri proprio su questo, sul partire con mente aperta e voglia di sperimentare. A mio avviso le aspettative sopra la realtà riguardano di più il processo di rientro, che spesso si rivela difficile proprio per questo squilibrio. Anche nel libro Vivere all'estero c'è un capitolo che riguarda il processo di rientro che spiega il fenomeno del reverse culture shock.
Quando partiamo le nostre aspettative sono flessibili perché si basano su un’ignoranza di fondo e per lo più su esperienze indirette come la formazione offerta dall’azienda, le informazioni che abbiamo raccolto o gli stereotipi che possediamo sul paese ospite. Al rientro invece le nostre aspettative sono rigide, dato che abbiamo vissuto in prima persona le esperienze che le hanno generate. Ci ritroviamo perciò impreparati a gestire i cambiamenti che sono avvenuti in noi: i nostri meccanismi di difesa non sono allertati.

Tra le tante interviste e storie raccolte, c’è né una alla quale si è più legata emotivamente rispetto alle altre e perché?
No, sono tutte interessanti e raccontano donne diverse che fanno la stessa esperienza in Paesi diversi.

 Lei ha studiato negli Stati Uniti, che periodo è stato per Lei e come si è trovata? 
Benissimo! Ho studiato durante l'espatrio di tre anni negli USA con la mia famiglia nell'ambito della carriera di mio marito. Quindi sono stata una mogli espatriata al seguito.  Spesso per problemi di visti e di permessi di lavoro le partner non possono lavorare nel paese di espatrio, perciò studiare è una delle possibilità per non restare a casa. E' uno dei temi che mi stanno più a cuore.
Paradossalmente l’esperienza del partner può essere molto libera o molto restrittiva: molti paesi non permettono ai familiari al seguito di lavorare, l’azienda esercita il controllo sulla sistemazione abitativa, talvolta sulle scelte scolastiche per i figli, le condizioni locali e la cultura possono esercitare forti restrizioni al proprio stile di vita. Oppure ci si può ritrovare a godere di una libertà che non si aveva a casa: le condizioni economiche dell’espatriato possono essere anche significativamente migliori di quelle precedenti e consentire al partner di non lavorare . Sempre più partner al seguito si ricavano delle nicchie all’estero creando o scoprendo lavori non tradizionali o dissimili da quelli fatti prima. Il volontariato è un’scelta interessante per molti. Un’altra opzione è studiare. Prendere una specializzazione, riscriversi all’università, seguire corsi che danno qualificazioni locali e che, possibilmente, siano spendibili, anche a livello internazionale sono tutte possibilità molto concrete che in molti paesi del mondo sono adatte a persone adulte che lavorano o hanno famiglia.  Io ho fatto questo ed è stata un'esperienza meravigliosa, ricca e stimolante!

 Che cosa Le mancava dell’Italia?
In quegli anni l’Italia non mi mancava. Ero troppo presa dalla nuova avventura. E poi tornavo sempre per le vacanze estive e i miei familiari, e quelli di mio marito sono venuti tutti a trovarci.

Lei dove si trasferirebbe e perché?
Oggi mi piacerebbe fare un'altra esperienza all'estero in un paese orientale. Lì c'è grande fermento e sviluppo di nuove dinamiche globali

Viaggia molto che cosa non manca mai nella sua valigia?

Viaggio per turismo. Un libro.

 Che cosa non dovrebbe mancare nella valigia di una persona che lascia definitivamente il suo paese?
Apertura mentale ed entusiasmo. Se non si parte così meglio non partire!

 



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