Intervista con Roberta Nicolò Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Giovedì 29 Ottobre 2015 09:31

cover“Non sono Cappuccetto rosso”, è il primo libro d’esordio di Roberta Nicolò, nelle foto in basso a destra,  un racconto autobiografico, che inchioda alla lettura fin dalle prime pagine. Il racconto di una vita, di frammenti di vita, di una donna che si rivede bambina, ragazza ,e donna consapevole di quello che ha vissuto. Una donna, che decide di non essere vittima indifesa di un abuso minorile, ma testimone decisa e caparbia nel voler cambiare le cose, nel voler raccontare, far discutere e riflettere, sui pericoli che i bambini corrono tutti i giorni. I pezzi della vita di Roberta, via via nella lettura si ricompongono, si scompongono, fino a farci avere la voglia di non chiudere gli occhi davanti alla vita, di aprirli , di toglierci il cappuccio rosso, e guardare avanti, ci aiuta a non avere paura del lupo cattivo. Una lettura intensa, emozionale, che lascia spazio alle emozioni forti, ecco come si racconta Roberta nella nostra intervista:

roby4Non sono Cappuccetto rosso”, Ci spiega il titolo del libro? La favola di Cappuccetto rosso è una favola che simbolicamente si sposa bene conil tema. La similitudine non è certo nuova, ma è stata più volte ripresa anche per parlare di prevenzione. Il mio racconto, la mia storia,è una storia che possiamo definire "conclusa", ovvero ho alle spalle un percorso personale che mi permette diaffrontare con consapevolezza e forza l'abuso subito.Si può dire che non sono più vittima, ecco in questo senso ionon sono Cappuccetto rosso. Non ho paura di affrontare il mio vissuto, non ho timore diraccontare, sono esattamente chi voglio essere e il "lupo" non mi fa più paura.


Che cosa l’ha spinta a scrivere e a pubblicare la Sua esperienza? Mi ha spinto un senso di responsabilità.La scorsa estate ho partecipato all'inaugurazione del Word Press Photo a Spazio Reale, in quella occasione, di fronte a tante immagini del mondo, immagini che sono specchio della vita, della realtà che ci circonda, della verità che spesso tendiamo ad ignorare o ci facciamo scivolare addosso, ho capito che anche io dovevo fare la mia parte.Così ho deciso di scrivere la mia storia, perché questa testimonianza potesse aprire un dibattito sul tema dell'abuso sessuale sui minori in maniera diversa.Perché attraverso le mie parole le persone potessero in qualche modo fare un tuffodentro quel buio che è parte della vita di una vittima. Permostrare, a chi come me ha subito violenza, che dire aiuta. Non è necessario farlo pubblicamente, ma il semplice fatto di portare fuori le parole aiuta ad incamminarsi verso una soluzione.


Come primo libro d’esordio non crede poi che il lettore si aspetti una continuità del genere?Una continuità che ci sarà. Il mio impegno non si esaurisce con questo racconto. Intendo raccogliere altre storie, storie che possano mostrare la verità, che possano fare riflettere, non solo sul tema della pedofilia,ma su tanti altri temipiù o menocontroversi, che spesso ci passano accanto nell’ombra. Vorrei poter dare voce alle grida mute di tante persone. Proprio per questo è stato importante partiredalla mia vicenda personale.


 In questo caso la scrittura è terapeutica o solo narrativa liberatoria? Il mio percorso terapeutico si è esaurito qualche anno fa, ma sicuramente una scrittura di questo genere ha sempre in se un valore terapeutico, liberatorio. Nessuno sapeva la mia storia, oggi la mia storia è pubblica. Ho scelto di mettere letteralmente in mano alla gente la mia vita, è stata la chiusura di un cerchio. Per quanto possa sembrare strano mi sento più libera e più in armonia con gli altri.


Le violenze sui minori sono all’ordine del giorno e tristemente la maggior parte accade tra le omertose pareti domestiche…perché si denuncia poco?Io non posso dare una risposta sul perché, credo ci siano tantissimi fattori, determinati da retaggi culturali, da timoripersonaliprofondi, dai sensi di colpa che si sviluppano nelle vittime e nei testimoni. Ci può esserela paura di venireetichettati, questa è una paura data anche dacome si tende a guardare le vittime in generale. Una sortadi pietàche sicuramente non aiuta.Quando poi si tratta di abusi subiti in casa tutto si complica.


Crede nella giustizia?Sì credo nella giustizia.


Il Suo libro è un racconto di frammenti di vita da bambina , da ragazza, da donna, davvero dopo una violenza la vita non si vede più’ nella roby3sua continuità? La mia vita è stata frammentata perché nel mio caso è subentrato un rimosso. Rimuovere un ricordo dalla coscienza non significa naturalmente cancellarlo in modo definitivo, ma semplicemente far si che quel ricordo rimanga sepolto nell’inconscio. La mente ha delle capacità incredibili ed è capace di costruire dei meccanismi utili allo scopo.Nel mio caso ogni qualvolta qualcosa mi riportava all’abuso veniva sistematicamente cancellato, o meglio nascosto.Bastava un odore, un suono. Per questo la mia vita è fatta di frammenti. Oggi non è più così, sapere, aver avuto l’opportunità di ricordare, ha rotto quel meccanismo.Poi ogni storia è una storia asé, non tutti gli abusati rimuovono e non si reagisce tutti allo stesso modo.


Che cosa pensa dell’ordinaria follia dei femminili, compiuti in nome dell’amore?Credo che l’amore non necessiti diordinaria follia ma del più importante dei sentimenti: il rispetto.Poiun pizzico disana follia la possiamo mettere nella vita e perché no anche in amore.


Lei pensa che le condanne ai pedofili siano giuste? in fondo pochi anni di carcere non mi sembrano una punizione esemplare… Bisognerebbe fare più informazione nelle scuole per tutelare i bambini?Penso soprattutto che il carcere sia totalmente inutile. Che siano pochi anni o molti un pedofilo in carcere non affronterà il suo problema, anzi con ogni probabilità una volta uscito avrà rafforzato il suo desiderio dipredare.Per fare giustizia vera occorre prevenire gli abusi. Per prevenire bisogna innanzitutto conoscere bene il problema e quindi tematizzare.Questo è fondamentale. Oggi rispetto agli anni settanta ci sono molti più strumenti e ci sono organizzazioni che si occupano in modo specifico di questi temi, ma ancora non basta.La prevenzione va fatta a più livelli, nelle scuole,in famiglia(ASPI si occupa per il Ticino di fare prevenzione in quest’ambito) e non da ultimo appunto ripensando le pene per chi si macchia del reato di pedofilia, con delle strutture specializzate che si prendano in carico gli abusatori. Ricordiamo che prevenire gli abusi può incidere in maniera significativaanchesulla riduzione del numero degli abusatori.

quali sono i suoi prossimi progetti?Da un punto di vista editoriale, come dicevo, raccoglierò altre storie.Possopoianticipare chenon sono cappuccetto rossopotrebbe trasformarsi presto in un progetto teatrale.


Che cosa si augura per il Suo futuro?Mi auguro quello che credo si augurino tutti, di poter farequello che amo con soddisfazione e continuerò ad impegnarmi proprio per questo obiettivo.

Scheda del libro : Non sono Cappuccetto rosso

3 giugno 2015. Un evento gremito. È l’esposizione fotografica World Press Photo 15, a Monte Carasso (Ticino), mostra di immagini forti, che raccontano tante storie del mondo. Roberta osserva quelle fotografie. Ascolta le parole del curatore e legge qualcosa nei suoi occhi. Lo legge con l’istinto, lo legge con la pelle. Qualcosa in quel momento nella sua vita cambia per sempre. Non sa spiegare a se stessa cosa sia, cosa l’abbia fatta cambiare, ma ha la certezza che da quel preciso momento non sarà più la stessa. Sa che ha una responsabilità che deve affrontare.
Parte così il racconto di un viaggio attraverso i ricordi, che sembrano frammenti spezzati di una storia. Una storia che la protagonista conosce già, ma che racconta al lettore con lo stesso disordine sparso in cui l’ha vissuta. Gli anni si susseguono senza ordine temporale, la troviamo bambina, adulta e ragazza. È il racconto di un abuso. Subito all’età di 5 anni e rimosso dal ricordo. Un dimenticare voluto anche dai genitori. Un negarle la verità, come a voler cancellare l’accaduto.
Tanti i segnali del disagio lanciati e mai raccolti, fino a quando una psicoterapeuta l’aiuta a ricordare, a capire. Solo allora la madre le confessa i fatti e Roberta può cominciare a rimettere ordine nella sua vita.
L’episodio risale al 1977, un fatto che scosse le cronache luganesi di allora e di cui, solo oggi, Roberta ha trovato il coraggio di ricercarne i ritagli dei giornali. Un articolo dell’epoca viene offerto anche al lettore.
L’autrice trova la forza di raccontare pubblicamente e senza vergogna. Perché di pedofilia si parla, si scrive, ma nonostante tutto, l’omertà tende ancora a farla da padrona.
La vergogna va scardinata. Occorre denunciare di più, perché essere vittime non è un’onta, non è una colpa. È solo un dato di fatto. Di cui essere consapevoli. Anche lo sguardo del pubblico deve cambiare, non serve compassione, pena, sentimenti che alimentano soltanto la paura di uscire allo scoperto, ma occorre comprensione, intelligenza.
L’autrice si racconta e ci mette la faccia. È pronta a dire lo faccio io per prima. Lo faccio perché altri possano trovare il coraggio di dire.



ISBN:          978-88-902810-7-5
Editore:       Photo Ma.Ma.
                    Edition, Minusio
Copertina:   Foto di Scott Liddell tratta dal sito MorgueFile ©
Pagine:       70
Prezzo:        € 10,00 / Fr. 12,00
Anno:         2015Roberta Nicolò




Roberta Nicolò, nata a Lugano il 7 maggio 1972, conclusa la Maturità Federale in Ticino nell’estate del 1993 si trasferisce a Siena, dove studia Antropologia culturale, alla Facoltà di Lettere della città. A luglio 2014 rientra in Ticino, spinta dal desiderio di riscoprire la sua terra d’origine e di dare al suo territorio un contributo. Oggi lavora nel mondo della comunicazione per il settore culturale e no profit e come giornalista free lance.
SITO:  www.anansecommunication.com

Info: www.manuelamazzi.ch