Intervista con Paolo Solari Bozzi Stampa
Scritto da Chiara Marcon   
Venerdì 05 Febbraio 2016 16:08

10Paolo Solari Bozzi è un artista, che grazie alle sue foto, fa viaggiare attraverso l’Africa, con il suo obiettivo fotografico attento e sensibile. Il suo ultimo viaggio, durato mesi a bordo del suo Land Rover, l'ha portato a farci scoprire lo Zambia. La semplicità della vita, imprigionata negli scatti, affascina, appassiona, chi sfoglia il suo libro  da protagonista e non da semplice fruitore. Cresciuto tecnicamente ed artisticamente, dopo il suo primo lavoro sulla Namibia, ecco che lo Zambia è un viaggio in treno, una pausa dal duro lavoro in miniera, lo sguardo attento degli studenti dai banchi della scuola, una madre che stringe a se la propria figlia, sguardi semplici, puri, che raccontano una storia, la loro…di un mondo lontano che per poco ci si avvicina grazie alle foto di Paolo.

La fierezza di un popolo, che racconta la propria terra, attraverso l’occhio attento ed esperto di un fotografo eccezionale che ha ancora tanti viaggi da fare e tanto da raccontare…


Come mai ha deciso di andare a fare fotografie in Zambia? L’Africa Australe mi affascina da qualche anno. Dopo averla girata quasi tutta e aver pubblicato il primo libro sulla Namibia, ho deciso di affrontare un altro Paese molto ricco di storie da raccontare, lo Zambia appunto. La scelta è stata facilitata anche dal fatto che sono stato per otto anni comproprietario di un lodge safari situato sulle rive dello Zambesi e che ho quindi ho avuto la possibilità di visitare parti dello Zambia per molti anni. Si trattava ora di narrare una storia che avesse un filo conduttore unico.


z3Come si è preparato per questo viaggio? Preparare un viaggio del genere richiede molto tempo e tanta dedizione, soprattutto se si conta di farlo con il proprio mezzo e di stare via per un periodo indeterminato (prenoto sempre il solo viaggio di andata e in genere non sto via meno di 3-4 mesi). Lo studio dell’itinerario è la parte più lunga e impegnativa, ma anche bella. Significa tracciare in un programma apposito del computer la rotta che si intende seguire, unendo tutti i punti di interesse (che in una Nazione così grande sono tanti) che intendo raggiungere. Questi punti sono il frutto di ricerche sulle guide del Paese in varie lingue, di riferimenti che trovo in rete, nei vari blog, mediante contatti con altri viaggiatori, etc. Poi, dal momento che certe realtà che voglio fotografare non sono accessibili al pubblico (stabilimenti, fattorie, miniere, etc), devo mettermi in contatto con i vari responsabili e concordare le visite.

Questo passaggio è talvolta lento, le risposte arrivano col contagocce e allora devo insistere. Il bello di questa fase della preparazione è che da un contatto ne nasce un altro e così via, sinché, alla fine, la mia rotta è bella “piena” e posso dirmi soddisfatto. A questo si aggiunge, in parallelo, l’equipaggiamento della vettura, dell’attrezzatura fotografica, della cambusa (la pasta la fa naturalmente da padrone!) e dell’abbigliamento. Tutta questa fase richiede grosso modo 9 mesi ed è per questo che viaggi del genere li faccio ogni due anni.


Quanto è stato via? Il tempo è stato sufficiente al Suo progetto? Sono stato via da Aprile ad Agosto e sì, il tempo è stato sufficiente proprio perché ho prenotato solo verso Luglio, dallo Zambia, il viaggio di ritorno quando ero sicuro di aver ultimato il progetto. Avere a disposizione del tempo è il più grande lusso e, come dicono in Africa “Dio ha dato all’uomo bianco l’orologio e all’uomo nero il tempo”. E’ una massima che seguo, ma che non sempre mi riesce. 


Che cosa Le mancava mentre era in Africa? Ha mai avuto nostalgia di casa? In Africa non mi manca mai niente, semmai mi manca qualcosa quando rientro, dopo un tale periodo di spaesamento. Sono viaggi molto intensi, si è tutto il giorno su piste più o meno accidentate, tanta polvere e caldo. Viaggiando in maniera autonoma (cioè vivendo in macchina, sempre in mezzo alla Natura selvaggia dell’Africa e dormendo nella tenda sul tetto), direi che è la stanchezza a farsi sentire dopo qualche mese, non la nostalgia di casa. La mia casa, lì, è la macchina.


Quali difficoltà si sono presentate durante il Suo viaggio e come Le ha superate? Devo dire di non aver avuto difficoltà durante questo viaggio. Qualche imprevisto per il Land Rover, risolto con l’aiuto dei bravi e disponibili meccanici del luogo e una bella intossicazione da cibo, per fortuna a soli 3 giorni prima del rientro.


Quanto tempo dedica alla fotografia e allo studio della tecnica normalmente? La fotografia è diventata da 6 anni il centro della mia vita e quindi tutto ruota intorno ad essa. L’impegno per ottenere un set di fotografie per un libro o una mostra è enorme ed essendo molto esigente in fatto di qualità, trascorro molto tempo in camera oscura - parliamo di settimane/mesi. Posso dire che non leggo praticamente altro se non libri di tecnica e storia della fotografia, la qual cosa evidentemente mi appassiona perché il loro raggio d’azione è molto vasto. Imparo ogni giorno.


z1La scelta del bianco e nero e dell’analogico a cosa è dovuta? Fotografo da quando avevo 16 anni in bianco e nero. Pur avendo usato per un periodo della mia vita diapositive a colori, sono dell’opinione che il colore distragga l’attenzione dello spettatore, a differenza del bianco e nero che concentra lo sguardo sull’essenziale - che si tratti del punto focale di un paesaggio o, come nel caso di “Zambian Portraits”, di uno sguardo. La scelta dell’analogico sta da un lato nel piacere infinito che provo in camera oscura e che non proverei stando seduto davanti a Photoshop se usassi una macchina digitale e, dall’altra, nella certezza che la stampa analogica sia tutt’oggi ineguagliata quanto alla sua qualità. La bellezza straordinaria di una stampa analogica risiede proprio nella sua imperfezione, quella che Photoshop vuole invece eliminare.


Ha trovato facilmente delle collaborazioni? Penso che la carriera di un fotografo artistico sia molto lunga. Ci vogliono anni e anni prima di essere conosciuti dal mercato che si muove attorno al mondo della fotografia. Questo mondo è molto popolato e la concorrenza è forte, ragion per cui ogni fotografo, come ogni altro artista, deve trovare la propria cifra, quel quid che lo rende riconoscibile.  In tutto questo periodo la promozione del proprio lavoro è un’incessante attività, fatta di contatti, buonsenso e molta perseveranza. Ma anche di fortuna: posso raccontarLe innumeri situazioni nelle quali è stato il caso a portarmi a fare quella scelta o prendere quel sentiero. 


Qual’è il Suo maestro della fotografia di riferimento? Ho vari Maestri che ammiro e ai quali, per il mio tipo di fotografia, mi riferisco. Il primo di essi è Sebastião Salgado, autore di intensi reportages in bianco e nero sui popoli del mondo; a seguire Mario Giacomelli, probabilmente il nostro fotografo di punta; nel mondo anglosassone mi riconosco nei lavori di Richard Avedon e Helmut Newton; e poi citerei un bravo fotografo islandese, Ragnar Axelsson, autore di bei lavori sui popoli dell’Artico, gli Inuits.


Quando capisce che è arrivato il momento giusto per scattare una foto? Lo scatto perfetto è quando il Dio della fotografia te lo fa fare. E’ un momento molto intuitivo e speciale, non saprei spiegare quando è il momento giusto. Cartier Bresson parlava del “momento decisivo”, ma Ferdinando Scianna, suo allievo prediletto, diceva che “…in realtà, la foto che scatti – anche quando hai preparato una situazione – è quella che tu vedi”, perché altrimenti, se il tutto si riducesse al “momento decisivo”, ci sarebbe una sola foto possibile. 


Nel Suo ultimo lavoro, gli occhi delle persone sembrano parlare…raccontare una storia…quale storia ha portato nel Suo cuore dopo questo viaggio?

 Ho riportato a casa l’animo delle persone che ho incontrato durante i 12mila chilometri percorsi, la loro dignitosa sofferenza, ed è ciò che ho voluto esprimere attraverso i miei scatti. Esse vivono in un contesto molto disagiato, lottano ogni giorno, l’aspettativa di vita in Zambia, come in tanti altri Paesi africani, è intorno ai 40 anni. Eppure, nel loro sguardo, nel loro essere, c’è dignità e talvolta sofferenza, ma mai lamentosa disperazione. Questo dovrebbe dirci qualcosa, a noi Occidentali che spesso ci lamentiamo non sapendo quanto siamo privilegiati.Che cos’è il mal d’Africa? E’ quel groppo che ti prende alla gola quando decidi di tornarci.


Qual’è il ricordo più bello del Suo ultimo viaggio? Nelle remote paludi Bengweulu in Zambia, la maggior parte degli abitanti non aveva mai visto un bianco. Ho delle foto in cui si vedono centinaia di ragazze intorno a mia moglie, quasi a soffocarla, per toccare a turno, urlando di euforia, i suoi capelli biondi. E’ stata un’esperienza molto potente, di grande fisicità.


Qual’è la foto più bella che ha scattato?  Difficile dirlo, ma ce n’è una che non mi stanco di guardare ed è quella dei due giovani con le facce tutte imbiancate di farina, ritratti in una pausa del loro lavoro pesante. Parlando di sguardi che rispecchiano l’animo, direi che è questa una delle più belle foto del libro, tant’è che ne ho scelto un particolare per la copertina.


Ci può dire quale promozione avrà il Suo libro ? mostre…. Zambian Portraits” è già uscito in Italia, si trova su Amazon e molti altri siti di libri online e uscirà in Primavera nei circuiti internazionali. Al momento, c’è una mia mostra personale di foto della Namibia e dello Zambia presso la Galleria Leica di Salisburgo.


Dove le piacerebbe esporre? Mi piacerebbe molto esporre in Svizzera, dove abito da 25 anni!


Quali sono i Suoi prossimi progetti?  Cambio completamente genere e parto il 23 Febbraio per la Groenlandia, per raccontare la vita quotidiana in inverno degli ultimi autentici Inuit rimasti. Anche qui, ho prenotato solo l’andata…


Le foto sono tratte dal libro Zambia Portraits

 

 

 

Paolo Solari Bozzi

www.solari-bozzi.com

 

Zambian Portraits

Edizioni Skira

isbn 978-572-2683-5