Henning Brockhaus e Turandot Stampa
Lunedì 08 Dicembre 2008 00:00

Active ImageLa tournée italiana della celebre opera di Puccini. Nell’ambito delle celebrazioni dei centocinquant’anni dalla nascita di Giacomo Puccini, il calendario della tournée italiana della Turandot è ampio. Dalla fine di novembre al giugno del prossimo anno sei teatri ospiteranno l’opera con la regia di Henning Brockhaus. La prima al Teatro Sociale di Rovigo. In dicembre sarà la volta di Bolzano, in gennaio di Vicenza e in febbraio di Trento. Seguiranno Livorno e infine di Savona.Nella principessa di gelo vi è la traccia di una personificazione che Puccini non lesinò a trasfondere nel suo ultimo dramma lirico. Vi si legge una velata allusione ad Elvira Gemignani, la moglie del compositore che nella casa di Torre del Lago divenne gelosissima della giovane cameriera Doria Manfredi, che pareva riscuotere troppe attenzioni da parte del cinquantenne Puccini.

turandot_3.jpgAngariata da Elvira, Dora si tolse la vita nel 1909 al culmine di una forte tensione emotiva. Se questo costituisce il celato antefatto della Turandot, nelle intenzioni del compositore si spiega anche la ragione per cui la fredda regina cinese appare in scena come silhouette alla fine del primo atto, e poi nel secondo (neppure all’inizio), ingenerando un clima di attesa che si avverte compiutamente nella regia di Henning Brockhaus. L’impianto scenico è così ricco e variamente articolato nei tre atti e cinque quadri, che si realizza l’auspicata fusione tra lo spettatore e la situazione proposta sul palcoscenico; fusione inizialmente un poco tardiva per l’accorgimento, peraltro riuscito, di presentare i personaggi (figure di scena, coro e interpreti principali) in abiti dell’epoca di Puccini, per poi far loro indossare gradualmente e senza che lo spettatore possa avvedersene, le sontuose stoffe e i lucenti veli del periodo in cui la storia è ambientata, vale a dire la Cina dei Mandarini e dei tormentati avvicendamenti dinastici. Si avvicendano altresì in scena, nelle diverse giornate e località in cui l’opera viene data al pubblico, i due tenori interpreti di Calef, il coreano Francesco Hong e il bulgaro Kamen Chanev, entrambi dotatiturandot_4.jpg di voce potente, capaci di trasmettere con dovizia l’idea essenziale del dramma lirico: l’evolversi inaspettato dei sentimenti nella gradazione di odio e amore.  Henning Brockhaus aveva già dato prova di grande valore artistico durante la stagione teatrale zurighese del 1992-1993, portando il Clavigo di Goethe allo Schauspielhaus Zürich insieme ad una straordinaria scenografia rimasta a lungo nella memoria del pubblico che ebbe l’opportunità di assistervi. Nella Turandot spiccano i tratti geniali di un assetto rispettoso della storia, senza stravolgimenti scenici tali da far credere che si tratti di una rivisitazione in chiave moderna. Merito anche di un’ormai mitica occasione offerta nel 2006 ai melomani incalliti da Luciano Pavarotti, che nel corso del Winter Olimpic Games Opening Ceremony di Torino si esibì nella sua ultima performance cantando il Nessun dorma. La notissima aria del terzo atto è ripresa in tutta la sua espressiva vocalità sia da Hong che da Chanev, impreziosita da uno scenario notturno appena rischiarato dalle lampade degli araldi. Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà: l’aria della romanza per tenore echeggia sul palco e giunge gradita agli estimatori di Puccini grazie alla mirabile direzione del maestro Oliver Von Dohnanyi, che all’orchestra sa fornire le giuste coordinate per esaltare il pathos della determinazione, mai scemata, di Calef nel voler vincere la prova con se stesso, manifestata nell’altrettanto celebre All’alba vincerò! Vincerò! Vincerò! La fermezza d’animo e la volontà alla fine pagano sempre, vuole essere l’assunto di questa ultima opera di Puccini, rimasta incompiuta nel 1924 a causa della morte del compositore, colpito da un cancro alla gola. A completare la Turandot fu il napoletano Franco Alfano, che su suggerimento di Arturo Toscanini onorò l’impegno portando a termine la partitura un anno dopo la scomparsa di Puccini. Gli appassionati e i conoscitori dell’opera avvertono con facilità lo iato tra l’impostazione originaria e il nuovo finale, così come lo avvertì lo stesso Toscanini, per nulla soddisfatto della prima versione. Alfano dovette presentarne una seconda con numerosi tagli alle misure, per incontrare il parere favorevole – neppure troppo entusiasta – di Toscanini, che alla fine concesse il suo placet per farla eseguire.

I biografi e gli studiosi mettono spesso in evidenza il carattere essenzialmente innovativo della Turandot. Con una comparazione istintiva, piace pensare che le finalità di Puccini fossero in qualche modo da assimilare a quelle di Calef. Anche Puccini si misurò all’epoca con le difficoltà di aprire le porte alle armonie nuove di Debussy e di Stravinskji, e ad accogliere nel contempo Schönberg e Bela Bartok come portatori di nuove sensibilità. Quelle sensibilità progrediranno per tutto il Novecento, favorendo un graduale spostamento del gusto musicale.