Globalizzazione male del secolo - parte prima - Stampa
Lunedì 30 Marzo 2009 00:00
Active ImageGiornali e televisioni non fanno altro che parlare di crisi. L’unica considerazione su cui tutti concordano è l’ineluttabilità di un tragico evento che nessuno poteva prevedere.  Politici ed esperti in modo unanime trattano questa crisi come se fosse la riedizione planetaria dell’uragano Katrina.   Un inatteso quanto casuale, gigantesco temporale economico nel cielo terso della prosperità. Basterà resistere per il periodo di tempesta ed alla fine, con il bel tempo, tutto tornerà come prima. Agli europei poi la crisi viene spesso presentata come il risultato della finanza creativa di qualche sprovveduto rampante di Wallstreet. Apparentemente questa interpretazione fatalista ha valide argomentazioni. La crisi ha colpito  indifferentemente tutte le economie del mondo; se colpisce tutti significa che nessuno l’ha provocata. Il nostro sistema economico è ampiamente collaudato; a prescindere dalla natura del problema,  la sua centenaria solidità garantirà presto la ripresa come già accaduto nelle numerose precedenti situazioni di disagio. Queste argomentazioni si fondano più sulla speranza che sui dati concreti. Coloro che sposano la tesi della crisi come evento esterno alle nostre società hanno la necessità di individuare alcuni fenomeni astratti quali responsabili del recente sconquasso economico. Tra questi illustri imputati ha un ruolo di spicco la globalizzazione. La sola parola evoca scenari inquietanti. I diversi schieramenti politici fanno a gara nel condannarla. C’è addirittura chi la considera il peggiore di tutti i mali e si definisce con orgoglio “No Global”.  Giulio Tremonti, dalla sponda opposta, ha usato parole di fuoco: “Procedendo per inevitabili linee di rottura, la globalizzazione ci ha dunque già presentato il suo primo conto con lo shock sui prezzi e con il carovita. Ma questo è solo l'inizio. Perché la globalizzazione sta cominciando a presentare anche altri conti: il conto della crisi finanziaria; il conto del disastro ambientale; il conto delle tensioni geopolitiche che, pronte a scatenarsi, si stanno accumulando nel mondo… “ (citazione tratta dal libro “La paura e la speranza - Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla” Milano, Mondadori, marzo 2008 )  Eppure la globalizzazione è un fenomeno che ha sempre accompagnato la storia dell’umanità. In Wikipedia viene definita come “fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti, il cui effetto principale è una decisa convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo   In  base a questa definizione si può obiettare che anche le primordiali civiltà dedite al commercio realizzarono elementari forme di globalizzazione. Marco Polo e Cristoforo Colombo possono essere considerati  valorosi paladini della globalizzazione.  Non  si può negare che la  globalizzazione selvaggia ed incontrollata abbia portato squilibri e disfunzioni su tutto il pianeta ma la causa di questi problemi non può risiedere nell’essenza del fenomeno quanto nella sua cattiva gestione. Il fenomeno ha pregi e difetti e va analizzato nella sua interezza. Se si applicasse la stesso preconcettuoso criterio di giudizio ad altri ambiti  si potrebbe per esempio affermare in modo semplicistico che in occasione di incidenti automobilistici la causa sia sempre riconducibile all’espansione del trasporto privato, prescindendo dai casi specifici e dai benefici correlati.  Allargando l’orizzonte di analisi si può per esempio considerare la globalizzazione come l’inevitabile effetto secondario della pace nel mondo e della progressiva crescita dei paesi meno sviluppati.  Se le guerre in tutto il mondo diminuiscono è logico supporre  un considerevole incremento  degli scambi economici internazionali; se i paesi poveri sono decisi a migliorare le condizioni dei propri cittadini  è logico supporre che scelgano lo stesso modello economico che ha garantito a noi il benessere.  Inevitabile che finiscano tutti per competere con le nostre economie nell’assegnazione delle limitate risorse del nostro pianeta. Del resto delle precedenti forme di globalizzazione della storia  nessun  europeo si è mai lamentato. Non ci siamo lamentati nemmeno quando la globalizzazione era rappresentata dal più bieco ed arrogante colonialismo.