Globalizzazione male del secolo - parte seconda - Stampa
Martedì 31 Marzo 2009 00:00
Active ImageLa parola globalizzazione non ha suono sinistro per l’artigiano di Nuova Delhi divenuto  ricco imprenditore o per l’umilissimo contadino cinese diventato operaio specializzato nella fabbrica di Pechino.    Non è vero che India e Cina sono state colpite dall’attuale crisi come il resto del mondo. Pur avendo recentemente  accusato gravi perdite, le rispettive economie sono  sempre in costante crescita. I loro tassi di crescita in periodo di crisi sono impensabili per qualsiasi paese occidentale.   Inoltre buona parte dei loro problemi economici è dovuta al fatto che hanno investito molti dei loro denari proprio nelle democrazie occidentali. La globalizzazione non ha per tutti le stesse connotazioni; la crisi economica finanziaria sarà planetaria ma i danni derivati  al tessuto sociale colpiscono più duramente Europa e Stati Uniti.Poco importa se per taluni rappresenta un cambiamento positivo, per noi occidentali oggi la globalizzazione significa perdita di posti di lavoro per lo spostamento di fabbriche verso zone sottosviluppate con manodopera a bassissimo costo. Non si può contestare o minimizzare il considerevole danno alle  economie occidentali derivato da questo cambiamento epocale; dire che la causa dello spostamento della produzione su larga scala sia dovuta alla globalizzazione equivale però a non dire nulla. In questi termini a nessun soggetto è imputabile il fenomeno identificato dalla parola globalizzazione.   Invece sappiamo che fabbriche e stabilimenti sono stati spostati in base a scelte strategiche operate da individui che avevano la responsabilità ed il potere di farlo. Sono stati amministratori delegati e consigli di amministrazione che hanno smantellato la produzione nel vecchio continente ed in America per posizionarla dove conveniva; tutte queste persone hanno un nome e cognome preciso.  Paradossalmente Cina ed India hanno subito passivamente la loro trasformazione in giganti industriali.  Citare  esempi di aziende che hanno pianificato il proprio sviluppo in paesi emergenti è fin troppo semplice.  Se abbiamo necessità di utilizzare una parola per sintetizzare il problema forse al posto di  “globalizzazione” si dovrebbe usare la parola “capitalismo” anzi si dovrebbe parlare di “capitalismo miope”.  Non è infatti il capitalismo che ci ha traghettati verso la crisi ma una sua interpretazione poco lungimirante  incapace di prevedere gli sviluppi a lungo termine o semplicemente incurante degli effetti collaterali.  Questo capitalismo miope è figlio dello strapotere delle multinazionali e dei grandi gruppi economici. Alle soglie del terzo millennio,  sono loro che avendo in mano le redini del mondo hanno dettato le regole del gioco a proprio vantaggio. La crisi attuale ha messo in evidenza la debolezza dei  governi incapaci di tutelare lo sviluppo sociale ed economico delle proprie popolazioni preservandole dalle pressioni dei grandi interessi economici. L’attuale crisi economica è forse solo una scossa di avvertimento che preannuncia il vero terremoto di cambiamenti strutturali, voluti e pianificati da tempo, culminanti nel definitivo spostamento di una parte del potere economico dalle democrazie occidentali ai grandi paesi emergenti dell’Asia.