LAVORO, STOP ALLE 32 ORE SETTIMANALI: LA CAMERA BOCCIA LA PROPOSTA DI LEGGE
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- Redazione
Bocciata dalla Camera dei Deputati, attraverso un emendamento soppressivo proposta di legge n. 2067, a prima firma Fratoianni e sottoscritta da esponenti di M5S, AVS e PD, che puntava a ridurre progressivamente l'orario normale di lavoro fino a 32 ore settimanali a parità di salario, anche nella forma della settimana a quattro giorni. La proposta muoveva da un dato statistico: l'Italia è tra i Paesi dell'eurozona con il maggior numero di ore lavorate a settimana (circa 33), contro una media europea di 30 e le 26 della Germania. A fronte di questo, i salari reali italiani sono diminuiti del 2,9% tra il 1990 e il 2020, mentre la produttività per lavoratore è cresciuta del 18%.
Il testo favoriva la stipula di contratti collettivi — nazionali, territoriali o aziendali — tra imprese e sindacati comparativamente più rappresentativi, finalizzati alla riduzione progressiva dell'orario. I contratti non avrebbero potuto prevedere clausole compensative tramite straordinari. Per i primi 36 mesi dall'entrata in vigore della legge, i datori di lavoro privati (esclusi agricoltura e lavoro domestico) che avrebbero applicato questi contratti avrebbero beneficiato di un esonero contributivo del 30%. La quota saliva al 50% per le PMI e al 60% per i lavoratori in settori usuranti. Alle misure erano destinate 50 milioni di euro per il 2024 e 275 milioni per ciascuno degli anni 2025 e 2026, attingendo al Fondo Nuove Competenze - che verrebbe ridenominato includendo la riduzione dell'orario di lavoro tra le sue finalità. In assenza di contratti collettivi nazionali, la proposta prevedeva che almeno il 20% dei lavoratori di un'impresa potessero avanzare una proposta di riduzione d'orario da sottoporre a referendum tra i dipendenti. Se approvata dalla maggioranza, il datore di lavoro avrebbe 30 giorni per esprimere il proprio assenso. Era previsto anche Osservatorio nazionale sull'orario di lavoro, presso l'Inapp, con il compito di monitorare gli effetti economici delle riduzioni, valutare i sistemi formativi e riferire annualmente alle Camere. Al termine del periodo sperimentale, sulla base delle analisi dell'Osservatorio, un decreto del Presidente del Consiglio avrebbero potuto rideterminare in via definitiva l'orario normale di lavoro. Nei settori in cui i contratti abbiano coinvolto almeno il 20% dei lavoratori, la riduzione non potrà essere inferiore al 10%. I promotori citano esperienze europee già avviate - dalla sperimentazione islandese del 2015-16 ai progetti pilota in Belgio, Portogallo e Spagna - e casi italiani come Intesa Sanpaolo, Lamborghini e Luxottica, che hanno già adottato la settimana corta tramite accordi sindacali. “Quando si è di fronte a un obiettivo molto semplice e cioè migliorare la condizione materiale della vita di milioni di italiani ed italiane, la destra cancella ogni iniziativa legislativa” afferma in aula Fratoianni. “Tutte le volte che voi parlamentari della destra vi trovate davanti a una proposta che ha l’obiettivo di migliorare la condizione materiale di milioni di italiani dite no. Dite no - conclude Fratoianni - perché questa è la vostra collocazione: siete contro il lavoro e contro i lavoratori, siete contro i giovani, siete contro la maggioranza del Paese e per questo noi continueremo a batterci anche dopo che avrete bocciato per l’ennesima volta una legge buona e utile”.





