ISTAT: L’ITALIA TRA I PAESI PIÙ LONGEVI IN ASSOLUTO
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- Redazione
L’Italia è oggi tra i Paesi più longevi in assoluto, con una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni, mentre nel 1872 era tra quelli con la speranza di vita più bassa in Europa: soli 29,8 anni, quando Francia, Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia presentavano già valori compresi tra 40 e 50 anni. A queste differenze contribuiva la mortalità entro il primo anno di vita, che nel 1863 in Italia era pari a circa 230 per mille nati vivi, analoga alla Spagna e all’Austria, quando in Francia, Regno Unito e Svezia già nel 1860 era scesa intorno al 150 per mille e in Norvegia sotto il 100.
Così spiega il report della serie “Storie di dati” dell’Istat dedicato alla salute del 7 aprile. All’origine degli alti livelli di mortalità infantile vi era la diffusione della malnutrizione e le cattive condizioni igienico-sanitarie, associate alla scarsa disponibilità di acqua potabile e all’analfabetismo diffuso, che rendevano difficile adottare anche le più elementari norme igieniche. Da allora nel nostro Paese il calo della mortalità infantile è stato continuo, interrotto solamente dalle due guerre mondiali e, in coda alla prima, dalla pandemia influenzale del 1918-1919. Negli anni Novanta il tasso era ormai sceso a cinque per mille nati vivi e nel 2023 a 2,7 su mille, uno tra i valori più bassi al mondo. I progressi nella riduzione della mortalità infantile e nell’aumento della speranza di vita sono il risultato di un processo lungo, al quale hanno contribuito il miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene, i progressi della medicina, la diffusione dei vaccini. Dopo il 1978, con l’istituzione di un sistema sanitario universalistico nell’accesso alle cure, questi progressi si sono via via consolidati. Fino alla fine dell’Ottocento il tasso di mortalità generale era pari a quasi 3mila decessi ogni 100mila abitanti, e oltre un quarto di questi accadeva nel primo anno di vita. Nei decenni post-unitari le principali minacce per la salute erano il colera, la tubercolosi, la malaria: le malattie infettive e parassitarie nel 1881 rappresentavano circa il 30% dei decessi totali, e un altro 30% era dovuto alle malattie dell’apparato respiratorio e digerente. Col miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie la mortalità per malattie infettive ha rapidamente iniziato a ridursi. Fa eccezione il 1918-19, quando - alla fine della Prima guerra mondiale - l’influenza spagnola triplica la mortalità per malattie infettive e raddoppia quella per malattie respiratorie. In seguito, l’introduzione dei sulfamidici nel 1935 e nel secondo dopoguerra degli antibiotici contribuisce alla rapida diminuzione dei decessi per queste cause, che dagli anni Novanta rappresentano circa l’1% della mortalità totale.





