L’Ocse lancia l’allarme sull’economia globale “sotto pressione” per gli effetti del conflitto in Medio Oriente, tra shock energetico, inflazione in rialzo e crescita in rallentamento. Nel nuovo Economic Outlook, l’organizzazione con sede a Parigi prevede che la crescita mondiale passerà dal 3,4% del 2025 al 2,8% nel 2026, con un parziale recupero al 3,1% nel 2027 nello scenario considerato più favorevole. Secondo l’Ocse, le interruzioni nei traffici attraverso lo Stretto di Hormuz e i danni alle infrastrutture energetiche del Golfo Persico hanno provocato un forte aumento dei prezzi di petrolio, gas e fertilizzanti, con ripercussioni sui costi industriali e alimentari in tutto il mondo.

“L’economia globale è di nuovo sotto pressione”, scrive il capo economista Stefano Scarpetta nell’editoriale del rapporto, sottolineando che l’impatto del conflitto continuerà a farsi sentire “anche dopo la sua risoluzione”. Per l’area euro la crescita è stimata allo 0,8% nel 2026, dopo l’1,4% del 2025, mentre l’inflazione tornerebbe a salire al 2,8%. Per l’Italia, già citata tra i Paesi dove la fiducia dei consumatori è peggiorata sensibilmente negli ultimi mesi, il quadro appare fragile: il rapporto segnala una crescita “moderata” già nel primo trimestre del 2026 e un livello dei salari reali ancora inferiore a quello del 2021, nonostante il recupero dell’occupazione. L’Ocse avverte che un prolungamento della crisi fino al 2027 potrebbe avere effetti molto più pesanti: la crescita globale scenderebbe al 2,1% nel 2026 e all’1,8% nel 2027, con alcune economie vicine alla recessione e un aumento della disoccupazione. In questo scenario l’inflazione globale crescerebbe ulteriormente e aumenterebbero le tensioni sui mercati finanziari. Tra i rischi evidenziati c’è anche l’impatto sull’intelligenza artificiale e sulle filiere tecnologiche, a causa della dipendenza da energia e materiali prodotti nell’area del Golfo. L’Ocse richiama quindi governi e banche centrali a politiche “flessibili e agili”, chiedendo misure di sostegno mirate e temporanee per famiglie e imprese, evitando però sussidi generalizzati che aggraverebbero il debito pubblico e rallenterebbero la transizione energetica.