Sul palcoscenico del Teatro di Winterthur, il sontuoso tendaggio in velluto verde, apre su un ballo. Buoso Donati, un ricco signore, da molte feste nella sua grande tenuta, dove partecipano sempre anche i suoi numerosi parenti. Abiti da sera, gonne a ruota che girano al ritmo di musica, acconciature e gioielli, sottolineano il ceto sociale che vuole godere della vita. Tra brindisi con champagne e baci rubati, la vita dei cortigiani arricchiti, scorre tranquilla. Firenze fa da sfondo ad una nobiltà, snob, che si sente a suo agio a mostrare tutta la ricchezza posseduta. 

La vita nel primo atto scorre tranquilla, finché un giorno, il mecenate Buoso Donati, muore tragicamente, e il secondo atto si apre con il corpo del defunto, adagiato nel letto.  I parenti all’inizio sono turbati dalla morte del caro zio, ma dopo pochi minuti, fuoriesce il vero interesse. Gente spudorata ed avida, che si mette a frugare tra le cose di Donati, in cerca del testamento.

Purtroppo il lascito della sua immensa ricchezza, ad un convento di frati,  fa infuriare i congiunti, che dedicano di affidarsi a Gianni Schicchi, padre di Lauretta innamorata di Rinuccio nipote di Donati.

Schicchi, conosciuto per essere uno che si arrangia, e che vive di furbizia, trova uno stratagemma per cambiare il testamento.

Cadavere sotto il letto, Schicchi prende il posto di Donati. Fanno arrivare il notaio, e Schicchi sotto mentite spoglie, detta un testamento. 

Naturalmente, Schicchi da uomo astuto, detta davanti ai parenti, cose non concordate, lascia solo i denari agli avidi parenti, e lui detta con voce camuffata che lascia il suoi poderi, tanto ambiti dalla famiglia al suo caro amico Gianni Schicchi. Ai presenti non resta che accettare la mala sorte di essere stati truffati, perché se si scopre l’inganno andrebbero a processo tutti quanti. 

I beni piú preziosi come la «migliore mula di Toscana», l'ambita casa di Firenze e i mulini di Signa, avrà un solo proprietario, Schicchi. 

Finalmente Lauretta e Rinuccio, possono vivere il loro amore, senza più ostacoli. 

In scena alla fine, sul palco, rimane solo Schicchi, finalmente ricco, che confessa al pubblico di non meritare il paradiso, ma almeno la nostra ammenda, in caso di aver apprezzato l’opera. Un’opera di un atto, che nella messa in scena al Teatro di Winterthur, si snoda in due, dove le musiche di altre opere famose arricchisco la scena e riempiono la sala.  La regista 

Lilli Fischer  ha arricchito il  lavoro corale con un prologo: sulle musiche di Puccini, Johann Strauss, Franz Lehár, Emmerich Kálmán e Giuseppe Verdi.  Ustina Dubitsky  ha diretto,  l'International Opera Studio e il Musikkollegium Winterthur in questa serata in due parti, che spazia dai valzer dell'operetta alla celebre aria di Puccini "Oh mio babbino caro”.

L’ultima rappresentazione per quest’opera, andata in scena  ieri sera, ha avuto un pubblico che ha premiato con lunghi applausi, e tanto calore, la storia stravagante ma sempre attuale di Gianni Schicchi. 

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